Intervista al professor Regletto Aldrich D. Imbong

Regletto Aldrich Degollacion Imbong insegna filosofia politica all’Università delle Filippine di Cebu. Giovane pensatore marxista influenzato da pesi massimi del marxismo come Mao, Althusser e Badiou. Con lui abbiamo avuto l’occasione di discutere dell’attuale situazione politica delle Filippine. Abbiamo tirato fuori, in questo modo, una chiara panoramica non solo del paese in questione ma di ogni nazione periferica che tenta di liberarsi dalla propria condizione di subordinazione al centro del sistema-mondo capitalista e in questo risalta ancora oggi il valore assoluto degli insegnamenti del Presidente Mao e della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria.

1) Come giudichi l’ascesa politica di Rodrigo Duterte nell’attuale quadro dello sviluppo del capitalismo, contraddistinto dallo scontro tra Cina ed USA?

L’ascesa al potere del presidente Rodrigo Duterte non è indipendente dalla battaglia fra le due potenze imperialiste, la Cina e gli Stati Uniti. È sempre nella natura delle potenze imperialiste, essendo capitaliste monopolistici, per estrarre profitti ulteriori non solo dalla loro economia interna, ma anche dalle economie dipendenti o semi-coloniali di paesi in via di sviluppo come le Filippine. Questa tendenza verso un maggiore profitto ogni volta si autolimita, in quanto sostanzialmente porta, come Marx aveva scoperto brillantemente tempo addietro, alla crisi di sovrapproduzione. È sempre il caso in cui le potenze imperialiste usano il capitale finanziario e d’esportazione per contenere i danni della crisi e dare l’impressione che il capitale sia vivo e se la stia passando bene.

Sia gli Stati Uniti che la Cina condividono l’uso e l’esportazione di capitale finanziario, non solo per promuovere i propri interessi economici, ma per espandere le loro sfere d’influenza. Gli Stati Uniti, sin da quando assunsero il potere coloniale sul paese e poi quando garantirono l’indipendenza formale nel 1946, hanno esportato capitale finanziario nelle Filippine nelle forme di prestiti, aiuti e sovvenzioni. Analogamente hanno esportato capitale nel paese sotto forma di diretti investimenti esteri. Tutti questi, naturalmente, per assicurarsi fonti di lavoro a pochi soldi, materie prime e condizioni favorevoli di mercato. Tutti i precedenti presidenti delle Filippine hanno permesso a questo disegno di continuare, nonostante l’imponente resistenza del popolo filippino e i disastrosi effetti sulle vite dei filippini comuni e sull’ambiente. C’erano complicità nella creazione di un’economia orientata sulle esportazioni e dipendente dalle importazioni, il cui fine non è il reale alleviamento della vita dei filippini, ma l’estrazione di profitto extra, la creazione di nuovo capitale, e il rimedio temporaneo alla crisi capitalistica di sovrapproduzione.

Come gli Stati Uniti, anche la Cina soffre per la crisi di sovrapproduzione, in particolare di acciaio, cemento e altri prodotti industriali. Questi prodotti in surplus devono essere scaricati per serbare l’economia cinese dalla stagnazione. Usando la Cintura Economica della Via della Seta e la Via della Seta Marittima, la Cina quindi si disfa di questi prodotti e capitale in sovrappiù espandendo i propri interventi d’oltremare in America Latina, Africa, e Asia. Ci sarebbe bisogno di qualcuno con un apparente sentimento anti-americano per facilitare e accelerare i trasferimenti di questi prodotti in surplus e capitale nelle Filippine. Rodrigo Duterte corrisponde bene a questi criteri, dal momento che era conosciuto per aver sollevato delle critiche contro gli Stati Uniti, persino mentre era ancora il sindaco della città di Davao. Sarebbe stato noto più tardi che il consulente economico di Duterte era di fatto cinese.

La politica di Duterte di “costruire, costruire, costruire” è la risposta perfetta alla sovrapproduzione della Cina di materiali da costruzione e all’ingente disoccupazione. Con la costruzione di vasti progetti infrastrutturali, Duterte non ha solo facilitato il fardello economico della sovrapproduzione cinese, ma ha anche ospitato un grande numero di cittadini cinesi disoccupati nella forza lavoro interna, così da scalzare prima o poi i lavoratori locali. Ciò che media le politiche di Duterte e la crisi di sovrapproduzione della Cina è il capitale finanziario cinese, esportato nelle Filippine sotto forma di prestiti, il termine dei quali è ovviamente svantaggioso ai filippini e al patrimonio filippino. Questi prestiti, scelleratamente descritti come “debito-trappola”, incateneranno il paese ai dettami imperialisti cinesi, e pertanto rafforzeranno l’influenza della Cina come mai prima.

Mentre Duterte sta ovviamente ospitando gli imperialisti cinesi, comunque calcola tutte le sue azioni per non deludere mai gli imperialisti statunitensi. Dopo tutti, l’intera infrastruttura militare delle Filippine è influenzata, se non addirittura controllata, dagli Stati Uniti. Di fatto, nessuna politica statunitense sul commercio o sulla difesa è stata revocata durante l’amministrazione di Duterte: gli Stati Uniti ancora usufruiscono di tutte le concessioni permesse loro attraverso passate e presenti riforme strutturali neoliberiste. Le Filippine oggi non sono il caso di una singola potenza imperialista che impone il proprio controllo sul paese, piuttosto, con l’entrata degli imperialisti cinesi, il paese è consegnato a due saccheggiatori. Le Filippine sono doppiamente violentate: per primo dal padrone coloniale di lunga data, per secondo dall’intruso nuovo ma sicuramente non meno brutale del vecchio.

2) Su quale base sociale poggia il potere di Duterte e che similitudini trovi tra lui e Marcos, a cui sembra somigliare molto?

Duterte è un presidente populista. Non è mai capitato prima nel passato che dei cittadini filippini, molti dei quali vengono dalla classe media, si fossero organizzati e mobilitati volontariamente per assicurare i fondi necessari a Duterte durante la sua campagna elettorale. Queste erano le persone che erano state deluse dai fallimenti della precedente amministrazione del presidente Benigno Aquino, la cui promessa di un buon governo fallì sicuramente per le accuse di corruzione. Tuttavia identificare la classe media come una base cruciale, se non decisiva, per il potere di Duterte senza dubbio non fa capire il punto. L’iniziativa della classe media è solo la superficiale apparenza delle cose.

Comunque, i maggiori contribuenti alla corsa alle presidenziali di Duterte venivano da magnati di Davao e Manila. Il maggior contribuente, per esempio, fu Antonio Floirendo, un uomo d’affari che possiede vaste piantagioni di banane sull’isola di Mindanao: gli versò 75 milioni di pesos filippini [1,33 milioni di euro]. La famiglia Floirendo è notoriamente clientelare a Marcos, e si diceva che i suoi ampli ettari di terreno fossero stati garantiti a causa delle buone relazioni della famiglia con l’ultimo dittatore. Altri grandi contribuenti sono Lorenzo Te, Dennis Uy, e Samuel Uy, che hanno finanziato la campagna di Duterte con 30 milioni di pesos filippini [circa 533mila euro] ciascuno. Lorenzo te è il presidente sia di Honda Cars Davao Inc. sia di Honda Cars General Santos. Dennis Uy è il presidente della Phoenix Petroleum Philippines. Ad ogni modo altri grandi uomini d’affari, dalle industrie automobilistica, energetica, immobiliare hanno finanziato con circa 12-20 milioni di pesos la presidenza di Duterte.

Se intendiamo identificare una base sociale per il potere di Duterte, questo viene certamente ancora dai grandi affaristi che spesso sono in complicità con le potenze imperialiste straniere. Il suo carisma – di cui oggi si deve dubitare a causa del disastro di Cambridge Analytica – lo rese il grimaldello degli oligarchi. E questo è parecchio ironico, dal momento che era Duterte stesso colui che aveva promesso di salvare l’economia filippina dalle nidiate di mostruosi oligarchi. E questa promessa non mantenuta non dovrebbe essere una sorpresa nel quadro di inconsistenza e contraddizione che ha caratterizzato la reale presidenza di Duterte.

A sinistra, il presidente filippino Rodrigo Duterte, a sinistra, il presidente e dittatore dal 1965 al 1986 Ferdinand Marcos

Duterte ha molto in comune con Marcos. Oggi, gli attivisti filippini paragonano Duterte non solo a Marcos ma anche a Hitler. Dopo tutto, era Duterte stesso il solo ad essere poi criticato dal governo tedesco, che raffronta la sua brutale guerra alla droga con lo sterminio hitleriano degli ebrei. Duterte, come Marcos, è attualmente descritto come fascista; entrambi si sono risolti a disporre l’esercito e le tattiche della polizia per muovere la violenza contro-rivoluzionaria contro il popolo. La firma di Duterte per la Legge Marziale (in entrambi i casi de iure in Mindanao, e de facto su tutta la nazione) non è differente se non più fatale di quella di Marcos. Ha ucciso non solo contadini, operai, e altri settori poveri della società filippina, ma ha anche assassinato preti, insegnanti, avvocati e altri professionisti che hanno espresso il proprio dissenso contro la barbarie dell’amministrazione di Duterte.

Di fatto, si può dire che Duterte è di gran lunga più brutale di Marcos perché la stessa Corte Suprema delle Filippine ha registrato più di 30.000 morti che sono state collegate alla sua guerra infame alle droghe. I suoi incessanti attacchi contro le scuole degli studenti indigeni in Mindanao lo rende inoltre più brutale e anche più codardo di Marcos. Incapace di sconfiggere la rivoluzione della guerriglia comunista nell’entroterra, Duterte fece ricorso accusando queste scuole di essere campi d’addestramento di ribelli, così da giustificare la loro distruzione.

3) Quanto ha influenzato il colonialismo europeo la costruzione dell’identità nazionale filippina e la sua cultura?

L’identità e la cultura filippina sono innegabilmente influenzate da quelle europee (in particolare da quella spagnola), ma anche e più specificatamente dal colonialismo statunitense. Queste influenze avvengono in due sensi, positivamente e negativamente. Da un lato, pratiche culturali straniere si trovarono ad essere integrate positivamente nella cultura e nell’identità dei filippini (e.g. il cattolicesimo romano nel caso dei coloni spagnoli e il sistema della pubblica istruzione nel caso dei coloni statunitensi). Così, è sempre stato oggetto di dibattito fra gli studiosi culturali filippini se ci sia un’identità filippina pura che ancora persiste oggi. Cercano quel tipo di identità che sia rimasto inalterato dai processi di colonialismo e potrebbe essere identificato nel periodo pre-ispanico. Mentre altri ritengono che i popoli indigeni abbiano mantenuto alcuni dei propri tratti culturali e identità caratteristici, ma con l’assalto della globalizzazione neoliberista, persino lì la vita culturale e le terre ancestrali sono state assoggettate all’ordine neocoloniale del paese. Con più di tre secoli di prigionia coloniale sotto gli spagnoli, e più di mezzo secolo di diretto controllo coloniale statunitense, e il conseguente dominio neocoloniale, le varie espressioni culturali così come l’identità che definisce il Filippino si è così intricatamente fusa con le influenze del colonialismo. C’è stato un periodo in cui l’articolazione di una “mentalità coloniale” era così prevalente; c’è una prova che quest’ultima ha una forte presa sulla coscienza delle persone. Persino senza la presenza fisica di un padrone coloniale, comunque, sembra ancora esserci una certa continuità di una coloniale concezione del mondo prevalente, per esempio, nell’attuale sistema educativo filippino. Gli studenti sono addestrati ad apprezzare qualsiasi cosa occidentale e sono persino incoraggiati, attraverso la politica di esportazione di lavoro, a lavorare e a presentare le proprie preziose capacità in terra straniera.

Teatro metropolitano di Manila, in art déco

D’altra parte, la stessa categoria del colonialismo ha ispirato un’interruzione o rottura negativa dal colonialismo stesso. Questa rottura negativa ha un ruolo più determinante nella creazione di un’identità nazionale che nella passiva assimilazione di pratiche coloniali. E questa rottura negativa, affianco alla creazione di un’identità nazionale, ebbe luogo alla fine del XIX secolo, quando i sacerdoti filippini, seguiti dagli intellettuali, e infine i rivoluzionari filippini portarono avanti la causa della liberazione nazionale e sociale. Per usare un concetto hegeliano, il colonialismo, essendo una negazione di ciò che è stato, ora è negato da un movimento rivoluzionario guidato dal grande Andres Bonifacio. La negazione della negazione stavolta risultò in una nuova sintesi chiamata nazionalità e identità. Mentre i coloni americani riuscirono a compromettere le vittorie rivoluzionarie dei primi filippini, l’eredità rivoluzionaria della resistenza coloniale continuò persino durante il dominio coloniale diretto e oggi neocoloniale statunitense. Quando si deve cercare, inoltre, su un’identità nazionale, io direi che questa è più connessa e identificata con l’eredità rivoluzionaria che è pervasa attraverso la storia del popolo filippino.

4) Legandomi alla domanda precedente, in Europa abbiamo conosciuto le lotte del popolo filippino contro il colonialismo e l’imperialismo leggendo i romanzi di Sionil José. Quanto pesa la sua eredità intellettuale nella ricostruzione di quelle tappe cruciali della storia delle Filippine?

Francisco Sionil José è tra i pensatori anticoloniali negli anni ’60-’80 delle Filippine. Il suo lavoro nella letteratura coglie la storia coloniale della società filippina, ha fatto allo stesso modo delle opere di Teodoro Agoncillo e di Renato Costantino per ciò che riguarda la storia. Queste persone sono state formate dalle circostanze in cui il discorso coloniale era così dominante se non addirittura lo stesso dogma. Come dirà José, «tempi difficili creano buona letteratura». Costoro gettarono le basi, dunque, per una prospettiva anticoloniale che rese possibile un punto di vista critico per giudicare la storia, la politica e l’economia.

Francisco Sionil José

È a favore di José che lui era stato abile a inserire questo punto di vista critico nella letteratura, in particolare nella forma della novella. Inoltre, è a suo favore anche che abbia condiviso e aiutato aspiranti artisti ad apprezzare la letteratura. Fondò nel 1957 il Philippine Center of the International PEN, un organizzazione globale di poeti, sceneggiatori, redattori, saggisti, romanzieri. PEn divenne la corsia preferenziale dove gli apprezzamenti di Leon Ma. Guerrero, Teodor Locsin Sr., Nick Joaquin e Resil Mojares si sono espressi in conferenze. PEN e alcuni dei suoi membri furono persino incarcerati durante gli anni della legge marziale di Marcos.

Se oggi Sionil José proceda ancora lungo quella visione critica del mondo che ha steso molto tempo fa è un’altra storia. Nel 2016, Sionil José descriveva l’ascesa al potere di Duterte come una rivoluzione, un giudizio così ingenuo che ha addirittura identificato il presidente come il primo presidente non-oligarchico e le guerre alla droga come un fattore cruciale per la vittoria della suddetta rivoluzione. Sionil José avrebbe dovuto conoscere meglio, siccome ha descritto lui stesso stesso come lo scrittore debba essere il fidato e tradizionale reggitore della memoria. O José ha perso la memoria della legge marziale di Marcos, rendendolo così capace di giustificare apparentemente il fascismo di Duterte, o la sua memoria è stata lavata dalle correnti del revisionismo storico.

José ha anche recentemente sollevato delle considerazioni critiche al movimento rivoluzionario sollevato dal CPP-NPA-NDFP. Queste critiche, comunque, sono più per diffondere accuse infondate e non verificate più che per rivelare la verità stessa. Ho pubblicato un commento che risponde a una delle sue considerazioni e vi si può accedere attraverso il link https://www.rappler.com/views/imho/220236-arguments-against-sionil-jose-opinion-communist-revolution (in inglese).

5) Lei ha scritto molto sulla guerriglia maoista ancora attiva nel proprio paese, la descrive come una rivoluzione contro il neoliberismo. Chi sono oggi questi eroici combattenti che sfidano il capitalismo periferico filippino?

Questi eroici combattenti sono il Nuovo Esercito Popolare (NPA), retto dal Partito Comunista delle Filippine (CPP). Il CPP fu fondato il 26 dicembre 1968, che ha costituito il NPA il 29 marzo 1969. Il CPP-NPA, assieme a tutte le forze rivoluzionarie sotto il Fronte Nazionale Democratico delle Filippine (NDFP) solleva una lotta di guerriglia che intende porre fine al controllo imperialista, allo sfruttamento e oppressione feudale, e alla corruzione burocratica. Il NDFP è un’alleanza di tutte le organizzazioni clandestine di contadini, operai, giovani e studenti, insegnanti, operatori sanitari, artisti, persone di chiesa, popoli indigeni, mori, e scienziati. È stato fondato il 24 aprile 1973.

6) Quali sono a sua avviso le chiavi di lettura per comprendere il persistere di questa rivolta nel paese e quali collegamenti esistono a suo avviso con la rivolta maoista indiana e in generale con il Pensiero di Mao in relazione al capitalismo periferico?

Persino prima dell’istituzione del CPP-NPA-NDFP, le Filippine hanno continuamente avuto esperienza di insurrezioni contadine. Nel periodo coloniale spagnolo, ci furono più di 200 rivolte e tra le cause di queste c’erano conflitti territoriali. Lo stesso scenario si è verificato durante il periodo coloniale americano, specialmente quando il Partito Socialista delle Filippine, un’organizzazione rurale dei contadini, fu fondata nel 1929. E pure dopo la dichiarazione d’indipendenza formale, i contanidi continuano a raccogliere le armi.

Il persistente problema della mancanza di terra per primo alimenta il malcontento agrario e le insurrezioni contadine. Questo era il caso all’epoca coloniale, ed è ancora il caso del CPP-NPA-NDFP. Di fatto, il NPA riconosce che la maggioranza dei suoi membri viene dai contadini la cui aspirazione collettiva per un’autentica riforma agraria o è caduta a vuoto o le è stato risposto con fasulli programmi di riforma della proprietà terriera. In ogni caso, il problema della mancanza di terra e della povertà fra gli zappatori persiste e rinfocola le tensioni.

Qualora questi contadini e braccianti si riunissero pacificamente per richiedere una seria riforma agraria e assicurare salari più alti, viene loro risposto con brutali e fatali azioni di dispersione della folla, spesso svolti dalle forze dello stato, come nel caso del massacro di Mendiola nel 1987 e il massacro dell’Hacienda Luisita nel 2004. Nelle Filippine, il feudalesimo e il fascismo lavorano bene e in sincrono. Dal momento che la maggior parte delle volte le élite terriere controllano anche il potere politico e la burocrazia, tutte le risorse statali, inclusi l’esercito e le forze di polizia, possono essere facilmente mobilitati per reprimere qualsiasi sentore di insurrezione.

Il problema della terra è centrale per il fatto della tenacia di insurrezioni contadine come quella del NPA. Questo comunque non ignora i problemi ugualmente importanti subiti dagli operai, dai poveri delle aree urbane, dagli studenti e dai giovani, e pure quei liberi professionisti e imprenditori della classe media nei quali si innesca il proposito rivoluzionario. Molti dei leader del CPP-NPA sono intellettuali addestrati sotto l’educazione borghese, ma hanno compreso l’urgenza e la necessità di sollevare una rivoluzione. Per capire, inoltre, a cosa sia dovuta la resistenza della rivoluzione suddetta, si deve capire l’annoso problema della mancanza di terra e altri mali e ingiustizie sociali, rafforzate dalla violenza controrivoluzionaria e fascista dello stato, così come le condizioni che spingono non solo i contadini e gli operai, ma anche gli intellettuali della nazione ad aderire alla causa rivoluzionaria.

Uno dei maggiori contributi di Mao è stato nell’avanzamento della teoria e prassi del marxismo-leninismo in condizioni semifeudali e semi-coloniali, come quelle della Cina e anche delle Filippine. Mao, tuttavia, non ha impiegato la nozione di “capitalismo periferico” dal momento che la sua teoria verteva più sull’articolare un modo di produzione che è caratterizzato in primis dall’interferenza dell’imperialismo estero sul feudalesimo locale. L’imperialismo impediva l’avanzamento di questo feudalesimo locale dall’entrare in uno stadio più alto dei modi di produzione, siccome questo è ridotto a mera base sociale per gli obiettivi del capitalismo di monopolio. Pertanto, è soprattutto il feudalesimo più che il capitalismo ad aver caratterizzato le condizioni della Cina di allora e delle Filippine di oggi. Ma con l’introduzione del sistema monetario nell’economia feudale, questa si è trasformata in una condizione semi-feudale.

Benché Stalin avesse avuto successo nel consolidamento e avanzamento della causa del socialismo, tuttavia commise degli errori, come evidenziati da Mao nella sua Critica ai Problemi economici del socialismo in URSS. Imparando dagli errori di Stalin, Mao propose una versione di socialismo che riuscisse a superare la povertà rurale tramite l’istituzione di un’economia contadina ricca nelle campagne che sarebbe servita come colonna vertebrale dell’industria nazionale e integrazione alle industrie nelle aree urbane (Mao era molto interessato nell’enfatizzare come l’economia cinese dovesse camminare su due gambe, riferendosi all’economia sia rurale sia urbana). Con la creazione di un’economia contadina ricca, le condizioni erano preparate per la collettivizzazione della terra e della produzione nelle campagne della Cina. Di conseguenza, le vecchie condizioni feudali erano state abolite. Questo è pure il programma oggi della rivoluzione maoista nelle Filippine, com’è visibile nel loro Program for a People’s Democratic Revolution.

7) Come giudica le analisi di Walden Bello sulla globalizzazione e se ritieni credibile il progetto politico “Akbayan” di cui fa parte una valida alternativa alla guerriglia maoista per sfidare il capitalismo?

L’analisi della globalizzazione di Walden Bello nasconde più che rivela entrambe le condizioni reali della globalizzazione neoliberista e la risposta appropriata ad essa. Da un lato, ponendo grandi speranze sul regime liberaldemocratico post-Marcos, Bello è sicuro che le risorse per il superamento della globalizzazione neoliberale siano presenti nella stessa liberaldemocrazia. Ciò è evidente in molti dei suoi lavori. Argomenta, per esempio, che «la tragedia della Repubblica dopo la deposizione di Marcos [EDSA Republic, ovvero “Repubblica dell’Epifanio de los Santos Avenue, luogo delle ingenti manifestazioni che portarono alla deposizione di Marcos ndT] è stato che è divenuta in essere nel periodo in cui il neoliberismo era in ascesa come ideologia…» Sta trasmettendo il messaggio sbagliato, ovvero che il neoliberismo non è emerso come una forza ideologica ed economica, e che il regime liberaldemocratico istituito dalla repubblica dopo Marcos avrebbe avuto successo nell’introdurre riforme sociali e nell’avanzamento della giustizia sociale. Tuttavia questa è una conclusione ancorata su una premessa sbagliata, poiché persino senza la formulazione dell’economia neoliberista ma con un capitalismo di monopolio che ottenesse ancora il dominio globale, qualsiasi tentativo di promuovere riforme simili a quelle nei vecchi stati assistenziali sarebbe solo fallito, senza ombra di dubbio. Nelle Filippine, per esempio, i liberaldemocratici si nascondono comodamente in partiti politici che sono pure finanziati dai grandi proprietari terrieri e dai compradori. Questa convergenza di interessi politici dei liberali e degli oligarchi era già a pieno regime pure prima del formale ristrutturamento neoliberale dell’economia durante l’amministrazione Marcos. Questo è dovuto, naturalmente, alle condizioni semi-feudali e semi-coloniali della mia nazione, dove i proprietari terrieri e i compradori devono costantemente colludere con le potenze straniere per trovare supporto ai loro interessi economici e politici, e viceversa. A riguardo di ciò, anche senza che la globalizzazione neoliberista sia fortemente intrecciata all’interno dei diversi ambiti del paese, tuttavia con le condizioni semifeudali e semicoloniali cementificate concretamente sul suolo nazionale, l’istituzione di riforme e l’avanzata della giustizia sociale è impossibile. La verità, ad ogni modo, è questa, il neoliberismo era compatibile se non appetibile al gusto dei liberaldemocratici, le persone con cui Bello, per esempio, era alleato durante il secondo mandato dell’amministrazione di Aquino, ma con cui poi questo ha tagliato i ponti.

Walden Bello

D’altra parte, la risposta di Bello alla globalizzazione, ovvero la deglobalizzazione, è un riflesso di un soggettivismo che evidenzia l’economicismo e l’attivismo della classe media invece della lotta politica attraverso una rivoluzione sociale. Bello suggerisce, riecheggiando Derrida, una decostruzione delle istituzioni strumentale per l’avanzata del neoliberismo. Però la sua nozione di decostruzione non è una in cui sradica totalmente le suddette istituzioni, ma una in cui riorienta i loro obiettivi per meglio soddisfare in teoria le richieste di giustizia sociale, sostenibilità e protezione ambientale. Vuole, per esempio, che il FMI sia trasformato in una «agenzia di ricerca senza alcun potere di imposizione di politiche ma col compito di monitorare il capitale globale e dei movimenti dei tassi di cambio». Permettere alcuni riorientamenti o trasformazioni degli obiettivi delle istituzioni dei monopoli capitalistici e in tal modo comprimendo il loro dinamismo, alla fine è solo un compromesso col capitale stesso. Bello vuole, come molti altri hanno illustrato in passato, un capitalismo dal volto umano. Questo è l’obiettivo a cui Bello si riferisce quando suggerisce di «raggruppare coalizioni su obiettivi più largamente accettabili». In ultima analisi, Bello delinea una ricostruzione dopo la decostruzione. Qui, Bello si pronuncia per la «deglobalizzazione dell’economia nazionale e la costruzione di un sistema pluralista di amministrazione globale dell’economia». Boicottaggi, invece del superamento dello stesso capitalismo, è il cavallo di battaglia che governa quest’agenda decostruzionista-ricostruzionista di Bello. E questo sostanzialmente rientra nella logica della liberaldemocrazia, soprattutto quando le alternative previste al neoliberismo sono tacciate subito come totalitarie.

Invece della deglobalizzazione, l’appropriata risposta marxista è (ancora) l’internazionalismo, e questo implica la sconfitta del dominio imperialista dalle sue diverse neo-colonie in tempi prolungati. Il quadro dell’internazionalismo è la liberazione nazionale e sociale dei diversi stati-nazione e dei loro popoli depredati dal saccheggio imperialista. Nelle Filippine, ad esempio, ciò significa sconfiggere l’imperialismo statunitense e cinese, il feudalesimo, e il capitalismo burocratico attraverso un movimento democratico nazionale, una coalizione di classi e settori con l’alleanza dei contadini e operai come base di questa coalizione. Le risorse per il superamento della globalizzazione neoliberista non dev’essere trovato all’interno del regime liberaldemocratico ma nel socialismo, le cui vittorie così come le sconfitte potrebbero effettivamente diffondere la luce per instaurare un ordine mondiale più giusto e pacifico.

8) Che giudizio politico può darci di Jose Maria Sison?

Jose Maria Sison (JMS) è un teorico riconosciuto del marxismo-leninismo-maoismo (MLM) non solo nelle Filippine, ma anche nel movimento comunista internazionale. Le sue ultime delucidazioni sulla questione dell’universalità della lunga guerra dei popoli mostra oltre alla profondità della sua concezione anche il riconoscimento conferitogli dai gruppi marxisti-leninisti-maoisti in tutto il mondo.

JMS ha condotto la ri-fondazione del vecchio Partito Comunista delle Filippine, dopo la quale ha sofferto successivamente dalle forme di opportunismo della “sinistra” e della destra. Analogamente, ha spinto la fondazione del NPA e del NDFP. Nessuna forza singola nelle Filippine è oggi considerata un serio pericolo alla sicurezza nazionale più del CPP-NPA; non perché stanno fomentando attività terroristiche, come suggeriscono i settori reazionari della società filippina, ma perché pongono una minaccia seria e attuale agli interessi dei proprietari terrieri, dei magnati e degli imperialisti.

Jose Maria Sison

Se posso sottolineare un solo contributo di JMS alla scienza del fare la rivoluzione proletaria, è nel suo ruolo di direzione nei negoziati di pace intrapresi dal NDFP col governo della Repubblica delle Filippine (GRP). JMS permise al partito NDFP di ottenere degli storici documenti così come dichiarazioni informative che delineano come l’autentico sollevamento proletario vada oltre i negoziati. Questi, quindi, sono tanto protratti quanto la stessa rivoluzione scatenata dal NDFP. E mentre altri negoziati o hanno fallito, o sono falliti nel senso che autentiche riforme socioeconomiche non sono riuscite a essere avviate (come nel caso dello Sri Lanka, Nepal e recentemente della Colombia, per nominarne solo alcuni), la conferenza per la pace promossa dal NDFP, condotto da JMS, ha avuto successo nel far firmare al governo anche l’Accordo Comprensivo per le Riforme SocioEconomiche (CASER). Questo ha preoccupato la classe dominante del paese, specialmente durante il periodo in cui Duterte aveva inizialmente mostrato una certa apertura ai negoziati. Il CASER è stata la prima minaccia alle élite terriere e compradore, per ciò che riguarda le trattazioni. Indubbiamente, la classe dominante deve mobilitare l’intero apparato militare per mettere sotto pressione Duterte e contrastare qualsiasi tentativo di eseguire delle riforme socioeconomiche significative.

I documenti e le dichiarazioni prodotte negli anni nei negoziati di pace possono essere usati da altri movimenti rivoluzionari che, nella loro lotta per la liberazione nazionale e sociale, devono necessariamente inserirsi nel contesto di questi negoziati.

9) Le Filippine sono un paese a maggioranza cattolico, come si potrebbe inserire nel contesto della lotta anticapitalista la Teologia della Liberazione nata in America Latina a suo avviso?

Fin dagli anni ’60, la teologia della liberazione è stata messa in pratica come una nuova via di fare teologia nelle Filippine: per esempio nelle Comunità Ecclesiastiche di Base (BEC) e nella defunta Comunità Cristiana di Base-Organizzare la Comunità (BCC-CO). In entrambi i casi, queste comunità erano organizzate sia nei quartieri urbani che negli insediamenti rurali per aiutare nel processo di presa di coscienza dei laici. Di fatto, le comunità erano sospettate di essere influenzate dal NDFP.

Anni più tardi, solo qualche mese prima che il dittatore Marcos dichiarasse la Legge Marziale nel 1972, era stato fondato il gruppo rivoluzionario Cristiani per la Liberazione Nazionale (CNL). È la prima organizzazione democratica nazionale dei cristiani che credevano che il percorso verso la liberazione sociale fosse attraverso la lotta armata. Da quando fu dichiarata la legge marziale, l’organizzazione divenne clandestina.

Il CNL era determinante per la mobilitazione della gente di chiesa e per forgiare una forte solidarietà coi settori marginalizzati delle Filippine come i contadini, gli operai, e i poveri delle aree urbane, nonostante lavorasse clandestinamente. Molti dei suoi noti leader come sacerdoti e suore avevano col tempo aderito al NPA e divennero i volti della rivoluzione, intervistati dai media di tanto in tanto per chiarire alcuni temi prioritari del paese e del popolo. In un’ultima protesta-fulmine del NDPF, la gente di chiesa, sotto lo stendardo del CNL, era vista marciare col resto delle classi e settori rivoluzionari della società filippina. Un seminarista era stato visto reggere un cartello con la frase «Sono un seminarista e aderirò al NPA».

Il Partito Comunista delle Filippine riconosce il ruolo significativo del settore della chiesa nella vittoria della rivoluzione nazionale, specialmente dal momento che le Filippine sono un paese a maggioranza cattolica. Questo perché il CNL, fin dalla sua fondazione, ha continuamente lottato per espandere i propri ranghi e la propria influenza a tanti individui e istituzioni ecclesiastiche possibili. Mentre il CPP e il CNL riconoscono il carattere conservatore e reazionario della Chiesa, entrambi comunque sottolineano la necessità di risvegliare, organizzare, e mobilitare gli individui da diverse istituzioni, organizzazioni e denominazioni ecclesiastiche per la causa democratica nazionale.

10) Qual è il ruolo della filosofia in una società come quella filippina?

La filosofia è una disciplina che ha relativamente un ruolo di secondo piano nelle Filippine. Con ciò intendo dire in relazione a sia lo status di scienza “esatta” nelle Filippine e sia della filosofia stessa in altri paesi come la Francia. Da un lato, l’influenza della filosofia nelle Filippine impallidisce a confronto del ruolo della scienza, della tecnologia, dell’ingegneria e della matematica (STEM). In termini di presenza nei curricula filippini, è solo di recente che la filosofia è inclusa come corso formale nella scuola superiore, con un corso che presenta alle classi più avanzate delle scuole superiori la filosofia dell’essere umano. Ma pure nell’istruzione superiore, la filosofia ha ancora una presenza minima con un solo corso di filosofia, che è l’etica, richiesto fra gli studenti. mentre le università hanno le prerogative per aggiungere più corsi che toccano problemi filosofici, lo stato, tuttavia, richiede solo l’etica come corso di filosofia nell’istruzione superiore.

In termini di preferenze per l’industria, sono ancora le scienze “esatte”, con la loro enfasi su risultati tangibili e misurabili, che sono fra i primi dieci impieghi meglio pagati nelle Filippine. Con le attuali riforme a stampo neoliberista istituite ai livelli di istruzione di base e superiore, gli studenti sono più addestrati a supplire alla domanda industriale che sembra degradare la filosofia e le altre scienze umane che coltivano il pensiero critico. Si pone l’accento sulle capacità tecniche che sono le professioni richieste ai paesi esteri.

Da ultimo, in termini di influenza nell’elaborazione delle politiche e in altri problemi sociali e nazionali, la filosofia non è così influente per esempio al prestigio che la filosofia e i filosofi hanno in altri paesi, come la Francia. La filosofia come istituzione o disciplina non prende posizione riguardo a temi incalzanti, come ad esempio l’evidente tirannia del regime attuale. Questo avviene in contrasto, ad esempio, alle associazioni sociologiche e antropologiche nelle Filippine che hanno diffuso dure dichiarazioni che criticano l’amministrazione presente, in special modo sulla sua guerra alla droga e i suoi attacchi contro i popoli indigeni.

L’Università delle Filippine di Cebu

Mentre alcuni filosofi tendono a fare delle valutazioni critiche sul regime attuale, queste critiche tuttavia sono al livello di meditazioni speculative prive di qualsiasi diretta partecipazione e coinvolgimento della lotta per la vita e la morte del popolo. Come il filosofo francese Alain Badiou lo descriverebbe, noi abbiamo molti filosofi da bar qui nelle Filippine, come quelli che si appagano e trovano una soddisfazione filosofica attraverso esercizi eclettici e speculativi il cui sedicente scopo sarebbe quello di rivelare il senso o il non-senso della situazione attuale. E forse questa è l’universale vocazione della filosofia, come Marx stesso aveva criticato nelle sue Tesi su Feuerbach.

Ma ci sono anche alcuni che lottano per concretizzare l’esercizio filosofico con la prassi. Costoro possono essere trovati tra le lotte dei settori oppressi e sfruttati della società. Sono, ad ogni modo, una parte marginale della comunità filosofica nelle Filippine. Direi che io appartengo a questa parte marginale. E essere un membro di questo settore provoca un certo grado di pericolo come le intimidazioni che costantemente vengono dallo stato. Lo stato, ripetendo dei modelli obsoleti di caccia alle streghe comuniste, etichetta i più progressisti e radicali dei filosofi nelle Filippine come propagandisti comunisti se non addirittura terroristi. Se in Francia filosofi come Michel Foucault, Louis Althusser, e Alain Badiou sono costantemente cercati, qui nelle Filippine, essere un vero filosofo o pensatore marxista è un invito allo stato per diffamarne il nome.

La filosofia e i filosofi nelle Filippine, direi, hanno ancora molto da fare per rendere la propria presenza e influenza percepibile dai filippini, in particolare dalla classe media. I filosofi filippini sono in una posizione molto importante per influenzare l’opinione pubblica, ma più che influenzarla, i filosofi hanno l’obbligo morale di servire la verità e rendere la verità l’autentica categoria che organizza l’ordine sociale e politico. I filosofi, tuttavia, possono farlo solo se si coalizzano solidamente con i settori più oppressi e sfruttati della società filippina.

— Intervista a Regletto Aldrich D. Imbong condotta dal Bollettino Culturale

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