Il castello di carte. La manovra austera Made in EU

— Bollettino Culturale

L’autoproclamato Governo del Cambiamento alla fine ha ceduto a Bruxelles.
Qualche mese fa abbiamo parlato di finto conflitto tra Roma e Bruxelles, mettendo in chiaro che stavamo assistendo ad una partita totalmente politica tra due élite in lotta per la gestione delle politiche di austerità. Roma si era già da tempo piegata all’UE ma bisognava dimostrare agli elettori di questo governo, che innegabilmente gode del consenso della maggioranza dei cittadini di questo paese, data anche l’assenza di una vera opposizione, tra una sinistra sempre più pulviscolare e PD e FI capaci di fare opposizione da destra a Salvini, una certa forza a suon di proclami e promesse.

Il governo giallo-verde si è dimostrato essere una “tigre di carta”, ribadendo la volontà di non rompere la gabbia europea.
Il deficit è passato dal 2,40% al 2,04%, con una mossa degna del miglior Mastrota che cerca di vendere una batteria di pentole a 99,99 euro, giocando sul fattore psicologico del futuro compratore. Risulta ridimensionata anche la stima della crescita per il 2019, passata dall’1,5% all’1%. Nel calcolo sulla stima della crescita ci sono due elementi da tenere in considerazione: la stima dell’1,5% del governo eccessivamente fantasiosa, e la differenza tra PIL effettivo e PIL potenziale di 14 miliardi di euro non tenuto in considerazione dalla Commissione Europea per l’Italia. Verosimilmente un ragionamento diverso verrà fatto invece per la Francia, con una Commissione Europea in versione pompiere, per aiutare Macron nel realizzare le promesse strappate con una dura lotta di popolo da parte dei Gilets Jaunes.

Il ridimensionamento delle stime di crescita impone di trovare risorse per 10 miliardi di euro. Ad essere tagliato, causa ricalcolo tecnico secondo il governo perché “sovrastimato” in quanto calcolato sull’intero anno, è il “reddito di cittadinanza” che passa da 9 miliardi a 7,1 miliardi, di cui 1 miliardo speso per i centri dell’impiego, 2,5 per il rinnovo del REI e 3,6 per una platea di interessati inevitabilmente ridotta. A giustificazione di ciò, troviamo la possibilità che non tutti gli aventi diritto ne vogliano usufruire e, vista la progressiva diminuzione con 1 miliardo stanziato nel 2020 e 683 milioni nel 2021, l’illusione coltivata dal governo che questo strumento faccia realmente trovare del lavoro stabile in sei mesi ai disoccupati. Ricordiamo che una volta assunti i lavoratori, i soldi del “reddito di cittadinanza”, per alcune mensilità variabili dalla tipologia del lavoratore, verranno versati alle aziende.
L’ennesimo trasferimento di risorse dal pubblico al privato.

Il fondo degli investimenti, di cui ci sarebbe molto bisogno per creare lavoro stabile per esempio mettendo in sicurezza i nostri traballanti edifici pubblici e il nostro dissestato territorio, è stato invece tagliato di 4 miliardi. Due miliardi sono stati invece congelati come misura precauzionale per un eventuale sforamento del deficit del 2,04%. Anche Quota 100 è stata rivista al ribasso, passando da 6,7 miliardi a 4,7 miliardi, con una finestra aperta per appena tre anni, altro che abolizione della “Legge Fornero”, che vedrà stanziati 8 miliardi nel 2020 e 7 nel 2021.

Come per il reddito di cittadinanza, si è cercato di risparmiare facendo partire il tutto da metà anno. Tuttavia, il governo non ha intaccato l’adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita, come promesso in campagna elettorale.
Si mette invece molta enfasi sull’attacco al fondo per il pluralismo, sulla web tax che varrà circa 150 milioni di euro, e sul taglio delle pensioni d’oro, misura sacrosanta ma che permette di reperire poche risorse, circa 75 milioni di euro, si tralascia la riduzione dell’indicizzazione delle pensioni a partire da quelle da 1000 euro netti (1522 lordi) che invece permette di reperire 250 milioni.
Fino a novembre 2019 sono state bloccate tutte le assunzioni a tempo indeterminato nella Pubblica Amministrazione, che invece avrebbe bisogno di un totale ricambio, salvo gli enti di ricerca.

Fa scalpore il piano di dismissione del patrimonio pubblico con il quale si intendono recuperare 1,25 miliardi in tre anni. Come afferma Paolo Berdini in un suo recente intervento su Il manifesto:

“La vendita immobiliare dello Stato pur essendo andata comunque avanti, non ha raggiunto appieno i suoi scopi perché erano operanti norme urbanistiche di livello comunale che impedivano scempi e aumenti speculativi delle cubature esistenti. L’ennesima “manina” che perseguita il povero Di Maio, ha depositato un emendamento che per gli immobili oggetto di vendita dice testualmente «sono ammissibili anche le destinazioni d’uso e gli interventi edilizi consentiti per le zone omogenee in cui ricadono tali immobili». Una “manona”, come si vede, perché cancella di fatto tutte le tutele che in sede locale erano state costruite per salvaguardare questi immobili rinviando ad una normativa generale nazionale del 1968, fatta oggetto in anni recenti di ogni sorta di liberalizzazione derogatoria. Altro che le chiacchiere sulle regole.

Si potrà vendere il patrimonio dello Stato e degli enti locali sulla base di norme derogatorie che permettono la demolizione e ricostruzione anche nelle aree storiche e di qualità urbanistica delle nostre città. Alcuni mesi fa a Roma è stato demolito un villino nello storico quartiere Coppedè, grazie alla congerie della legislazione derogatoria urbanistica di questi ultimi anni. Il tentativo di difesa dell’integrità dei luoghi per altre demolizioni in itinere si basava proprio su norme di tutela contenute nel piano comunale. Con l’emendamento che il governo intende approvare ciò non sarà più possibile.

Dietro alla finanziaria del governo legastellato c’è dunque il più grave tentativo di demolire l’identità delle nostre città a partire dalle proprietà pubbliche. Ed è forse per nascondere questa inedita vergogna che il vicepremier Di Maio si è affannato a dire ieri «che non saranno venduti i gioielli di famiglia». Saranno venduti eccome. Ed anche scempiati dalla famelica speculazione edilizia che detta ancora legge. Altro che cambiamento.”

Infine troviamo l’abrogazione del credito d’imposta per l’Irap, con azzeramento di quello per l’acquisto di beni strumentali, e la tassa dei rifiuti nella bolletta della luce per i comuni in dissesto.

Aquesta sconfitta mascherata da vittoria va aggiunta una clausola che riduce ulteriormente la nostra sovranità, un vincolo che impone all’Italia di trovare per le prossime finanziare 23,1 miliardi nel 2020 e 28,7 miliardi nel 2021 per impedire lo scatto delle clausole di salvaguardia, ovvero l’aumento dell’Iva e delle accise.
L’aliquota agevolata passerebbe dal 10% al 13% nel 2020, quella ordinaria dal 22% al 25,2% nel 2020 e al 26,5% nel 2021. È una catena che impedirà al governo qualsiasi manovra espansiva, ma che ha lo scopo di produrre un risparmio di 38,4 miliardi in tre anni e far avvicinare il “deficit strutturale” quasi allo zero.
Da un deficit nominale del 2,4% per tre anni come cura per la stagnazione siamo passati ad uno dell’1,5% nel 2021, una vittoria dell’austerità europea.

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