Fine del lavoro, UBI e teoria del valore

— Bollettino Culturale, 7 febbraio 2021

Tra correnti di pensiero diverse ed eterogenee, l’argomento basato sulla tesi della fine del lavoro è sempre più diffuso e accettato. Una delle tesi più note e generalizzate nel tessuto di questo pensiero è l’idea che l’economia mondiale stia attraversando una fase di automazione generalizzata che a un ritmo accelerato sostituisce il lavoro vivo con le macchine. Da questo punto di vista, il progresso tecnico ha preso una velocità che fa a meno del lavoro come generatore di valore, tanto che i robot avranno una possibilità sempre maggiore di produrre i beni necessari per soddisfare i bisogni umani.

Questo approccio, basato sull’idea della fine del lavoro, prese il largo dagli anni ’80 con l’offensiva che il capitale ha portato avanti contro il lavoro durante le fasi iniziali del neoliberismo. Da allora, l’ideologia dominante ha difeso l’eternità del capitalismo attraverso il suo slogan della fine del lavoro-fine della storia che non significa altro che denigrare la teoria del valore-lavoro negando lo sfruttamento e negando il lavoro come fonte di valore e plusvalore. Non solo, ma fondamentalmente la negazione della centralità del lavoro da parte degli apologeti del capitale implica negare, come dice Mészáros nella prefazione al libro di Antunes “Il lavoro e i suoi sensi”, “l’effettiva esistenza d’una forza sociale in grado di istituire un’alternativa egemonica all’ordine costituito”.

André Gorz è uno dei massimi esponenti di questa corrente di pensiero e il suo approccio centrale ruota intorno all’idea che il lavoro sia la creazione del capitalismo nella sua fase industriale. Pertanto, a partire dagli anni ’70 e ’80, quando è iniziata la sua crisi, la rivoluzione tecnico-scientifica e la ristrutturazione produttiva globale, il lavoro è diventato un’entità incommensurabile e intangibile. Nelle parole di Gorz, “la crisi della misurazione dell’orario di lavoro genera inevitabilmente la crisi della misurazione del valore”. Per Gorz, il venir meno della centralità del lavoro manifatturiero come centro delle organizzazioni sociali, implicava l’impossibilità di misurare il valore, il plusvalore e quindi implicava necessariamente la scomparsa del lavoro. Da qui la sua argomentazione sviluppata nell’opera “Addio al proletariato”.

Il lavoro di Gorz è l’asse centrale di varie correnti di pensiero sociale che proclamano l’estinzione del lavoro a seguito dell’emergere della “società della conoscenza” che ha superato la società basata sulla produzione. In questo campo sono state sviluppate le teorie della società postindustriale che si allontanano dall’antagonismo capitale-lavoro per individuare i nuovi cardini dell’organizzazione sociale nella scienza, nella tecnologia e nei servizi finanziari. Qui si trova, ad esempio, la teoria dell’azione comunicativa elaborata da J. Habermas, che in sostanza nega la lotta di classe come motore della riproduzione sociale. 

Una delle conseguenze della tesi sull’“estinzione del lavoro” è la rivendicazione della necessità dell’Universal Basic Income come progetto alternativo in grado di risolvere le contraddizioni dell’attuale economia mondiale. Questa posizione sostiene che attualmente il sistema produttivo internazionale non ha la capacità di espandere il mercato del lavoro a causa del grado di avanzamento tecnologico, motivo per cui si è verificata una disuguaglianza esorbitante basata sulla distribuzione ineguale del reddito. Di fronte a questa ineguale appropriazione del reddito, viene promossa l’idea di applicare politiche economiche che garantiscano una migliore distribuzione attraverso il reddito universale a tutti i cittadini senza eccezioni.

Uno dei lavori più importanti pubblicati di recente su questa prospettiva è il libro di Philippe Van Parijs e Yannick Vanderborght dal titolo “Il reddito di base. Una proposta radicale”. In questo lavoro si sostiene che nel contesto della crescente automazione e dei limiti ecologici del consumo, il progresso sociale senza reddito di base non può essere concepito come un’alternativa. Si sostiene che oggi gran parte del cibo e dei beni siano prodotti da robot, il che rende impossibile il pieno impiego nella riproduzione della vita umana. Di conseguenza, in questo mondo di repulsione per il mercato del lavoro, il reddito di base diventa la strada necessaria e unica per raggiungere la libertà umana. Questo reddito universale sarebbe pagato dalla comunità politica a tutti i suoi membri. Gli strati più ricchi – per non parlare di classi – dovrebbero contribuire con maggiori finanziamenti al fondo che servirà a distribuire il reddito a tutti i cittadini. In questo modo, la comunità che oggi è esclusa da quelli che chiamano “dettami del mercato del lavoro”, può essere libera e avere l’opportunità di fare tutto ciò che vuole. Questo è ciò che gli autori del libro chiamano libertà repubblicana.

Le idee fondamentali di questo lavoro sono state accolte in varie parti del mondo. Lo stesso Philippe Van Parijs è presidente del Global Basic Income Network. Questa rete è stata fondata nel 1986 e funge da collegamento internazionale per le persone interessate a promuovere il programma del reddito di base. L’impatto internazionale di questa organizzazione non è minore, nella misura in cui ha attualmente 20 reti nazionali in tutto il mondo e due reti transnazionali composte da accademici e attivisti che promuovono spazi internazionali di discussione sul reddito di base.

La proposta che ruota attorno al reddito di base ha raggiunto un tale grado di risonanza che nell’ottobre 2017 il Fondo monetario internazionale (FMI) l’ha adottata come proposta da promuovere istituzionalmente a livello internazionale. Nel lavoro intitolato Tackling Inequality, l’FMI spiega la disuguaglianza di reddito nell’economia mondiale come conseguenza del fatto che l’imposta sul reddito derivante dal capitale è inferiore all’imposta sul reddito da lavoro. Di conseguenza, propone, seguendo i suggerimenti di Piketty, che lo Stato, sia nelle economie sviluppate che in quelle sottosviluppate, aumenti l’imposta sul capitale e dia sostegno fiscale ai cittadini che si trovano nella scala più bassa di distribuzione del reddito. Questo supporto deve essere tradotto in quello che chiamano Universal Basic Income (UBI).

Tutto l’approccio dei sostenitori dell’UBI parte dall’idea che l’organizzazione sociale della produzione non è governata dal rapporto tra capitale e lavoro, e si conclude con la proposta concreta che lo Stato garantisca un reddito a tutti i cittadini come unico mezzo per raggiungere la piena libertà, negando completamente l’importanza fondamentale della logica del capitale e della teoria del valore-lavoro come linee di articolazione delle attuali relazioni sociali. In sostanza, nega che lo sfruttamento della forza lavoro sia l’elemento centrale che genera disuguaglianza di reddito e, di conseguenza, che la lotta di classe sia il motore della storia.

Sviluppiamo ora tre linee critiche che permetteranno di visualizzare i limiti in cui ricade l’analisi sulla fine della centralità del lavoro e la conseguente promozione dell’UBI. La prima mostra che i teorici della fine del lavoro e del reddito di base omettono completamente la definizione ontologica di lavoro, naturalizzando la forma di lavoro che si sviluppa nel capitalismo. In questo senso, negano le formulazioni teoriche elaborate dalla sociologia marxista del lavoro per caratterizzare ciò che Antunes concepisce come la nuova morfologia del lavoro. Di conseguenza, finiscono per lasciare da parte la concezione allargata del lavoro produttivo nel processo di valorizzazione. Desiderosi di far corrispondere nella loro tesi l’idea che il lavoro sia sinonimo solo di lavoro industriale, non riconoscono l’importanza fondamentale del lavoro improduttivo nella riproduzione del capitale. La seconda linea cerca di mostrare che i teorici della fine del lavoro e del reddito di base omettono un principio fondamentale della teoria del valore-lavoro di Marx che si riferisce alla necessaria distinzione tra prezzo e valore. Non facendo questa differenziazione, assumono che il prezzo della forza lavoro sia uguale al suo valore. Questo li porta a pensare che la diminuzione del reddito da lavoro nel reddito nazionale rappresenti una scomparsa del lavoro. Tuttavia, riprendendo i contributi della teoria marxista della dipendenza, in particolare la nozione di super-sfruttamento elaborata da Marini, si mostrerà che i salari non sono necessariamente equivalenti al valore della forza lavoro, così che la caduta del lavoro nel reddito nazionale riflette solo un processo di sfruttamento raddoppiato del capitale sul lavoro. Infine, come terza linea critica, si sosterrà che l’idea di reddito di base si colloca in una definizione politica che nega lo Stato come strumento di dominio di classe. Suggerendo che un’equa distribuzione del reddito possa essere promossa attraverso adeguate politiche fiscali, gli apostoli dell’UBI partono da una concezione liberale dello Stato che sostiene che tutti i cittadini sono rappresentati allo stesso modo, cioè che lo Stato non è dominio, ma rappresentazione.

Nella base argomentativa dei teorici della fine del lavoro e dell’UBI c’è l’idea che il lavoro sia ristretto al lavoro manuale diretto, il cui protagonismo è cessato a causa dell’aumento esponenziale della produttività. Per Gorz, l’accelerazione dell’automazione “ha imposto un nuovo sistema che tende ad abolire in maniera massiccia il lavoro”, quindi, prosegue l’autore, “dobbiamo osare pretendere l’esodo dalla ‘società del lavoro’: non esiste più e non tornerà”. In altre parole, questi autori concepiscono il lavoro come ciò che è stato forgiato durante il periodo fordista-taylorista, dove l’industria si concentrava spazialmente nelle economie sviluppate e riuniva la classe operaia industriale, dove la composizione della classe operaia era prevalentemente maschile, dove la giornata lavorativa era di otto ore, dove il sindacalismo conferiva alla classe operaia un eccezionale potere contrattuale e dove il lavoro era sinonimo di stabilità. Ma poiché questa non è più la composizione e la dinamica riproduttiva della classe operaia oggi, concludono che è scomparsa. La classe operaia è scomparsa e quindi il lavoro come generatore di valore è scomparso. “Non esiste più e non tornerà.”

Tuttavia, affermare senza sfumature che attualmente il capitalismo funziona senza lavoro vivo, significa negare categoricamente la validità della teoria del valore-lavoro. Quindi, nel criticare la nozione di fine del lavoro e reddito universale, l’economista francese Michel Husson afferma che:

Lungi dall’essere un ineluttabile restringimento della sfera del lavoro salariato che porterebbe a una sorta di auto-dissoluzione del capitalismo, il numero totale di ore di lavoro salariato è aumentato semplicemente perché l’accumulazione di capitale è irrealizzabile senza la partecipazione sistematica dei lavoratori nella produzione moderna. Il che, ovviamente, non significa l’assenza di disoccupazione, ma la necessità di spiegarla in un altro modo.

Husson mostra che, sebbene gli aumenti di produttività siano stati notevoli dagli anni ’80, questa tendenza non ha portato a una riduzione del volume di lavoro a livello internazionale.

Infatti, il tasso di disoccupazione globale non è aumentato in modo significativo tra il 1990 e il 2017, mentre la forza lavoro è passata rispettivamente da 2,3 miliardi a 3,5 miliardi. Pertanto, il problema fondamentale non è che l’economia mondiale stia trascurando l’orario di lavoro come fonte primaria della sua valorizzazione, come affermano i teorici del reddito di base, ma piuttosto che questo orario di lavoro ha subito profonde trasformazioni in cui, come dice Husson, “il capitalismo (contemporaneo) riproduce le forme classiche del proletariato sovrasfruttato e riesce con successo a intensificare il lavoro per tutti i salariati”. In questo senso, prima di avventurarsi ad affermare che la società del lavoro è svanita, è essenziale comprendere la sostanziale trasformazione che la composizione e la riproduzione del mondo del lavoro ha subito nel capitalismo di oggi. 

Una delle omissioni centrali che impedisce agli autori della fine del lavoro e dell’UBI  di osservare la persistente centralità che il mondo del lavoro ha nell’organizzazione e riproduzione della vita sociale, è la mancanza di distinzione concettuale tra lavoro astratto e lavoro concreto, due dimensioni fondamentali e dialetticamente correlate dell’ontologia del lavoro. Marx, nel tomo I del Capitale, afferma che:

Ogni lavoro è dispendio di forza-lavoro umana in senso fisiologico, e in tale qualità di lavoro umano eguale o astrattamente umano esso costituisce il valore delle merci. Dall’altra parte, ogni lavoro è dispendio di forza-lavoro umana in forma specifica e definita dal suo scopo, e in tale qualità di lavoro concreto utile esso produce valori d’uso.

Identificando il lavoro industriale con la nozione di lavoro, danno al lavoro manuale la qualità sia del lavoro astratto che del lavoro concreto, quando in realtà il protagonismo del lavoro manuale durante il periodo fordista era una forma particolare che acquisiva lavoro concreto, la cui espressione è cambiata dall’inizio della crisi capitalistica di lungo periodo iniziata negli anni ‘70. In questo senso, vale la pena raccogliere i contributi del sociologo brasiliano Ricardo Antunes, che ha sviluppato un ampio lavoro per comprendere le nuove caratteristiche della classe operaia oggi, sottolineando il fatto che le trasformazioni dell’economia mondiale hanno determinato una ristrutturazione del mondo del lavoro che non può essere compresa se ridotta solo a mutamenti nelle attività direttamente manuali. Antunes sostiene che c’è stata un’offensiva contro il lavoro che, lungi dal farla sparire, l’ha configurata in una nuova morfologia che chiama, la nuova morfologia del lavoro.

Per comprendere la nuova morfologia del lavoro, Antunes sostiene che è necessario tornare a Marx per dimostrare, tra l’altro, che il lavoro produttivo, quello che produce direttamente plusvalore, non si riduce solo alla forza lavoro del proletariato industriale . In questo senso, l’autore afferma in “Il lavoro e i suoi sensi” che

La classe-che-vive-di-lavoro, la classe lavoratrice, include oggi la totalità di coloro che vendono la loro forza lavoro, avendo come nucleo centrale i lavoratori produttivi (nel senso dato da Marx, specialmente nel Capitolo VI inedito). Essa non si restringe, pertanto, al lavoro manuale diretto, ma incorpora la totalità del lavoro sociale, la totalità del lavoro collettivo salariato. Essendo il lavoro produttivo quello che produce direttamente plusvalore e partecipa direttamente al processo di valorizzazione del capitale, esso mantiene, perciò, un ruolo di centralità all’interno della classe lavoratrice, trovando nel proletariato industriale il suo nucleo centrale, incorporando anche forme di lavoro che sono produttive, che producono plusvalore, ma che non sono direttamente manuali.

Tuttavia, i teorici della fine del lavoro confondono il lavoro produttivo con il lavoro manuale e pensano che il lavoro esistesse solo come parte del taylorismo-fordismo, negando completamente la forza e il protagonismo che il modello di produzione flessibile, noto anche come lean production, ha nell’attuale organizzazione sociale del lavoro.

Ridurre la nozione di classe operaia a lavoratori che producono ricchezza materiale corrisponde a perdere di vista l’intero processo di riproduzione e valorizzazione del capitale. Come Marx sottolinea ripetutamente, lo sviluppo dell’organizzazione sociale della produzione capitalistica non fa che aumentare il numero dei lavoratori salariati, cioè il numero dei lavoratori coinvolti nel processo di riproduzione allargata del capitale. In questo senso, se da un lato diminuisce il numero di lavoratori manuali causato dall’aumento della produttività, dall’altro aumenta il numero di lavoratori occupati nella sfera della distribuzione e della circolazione, ambiti che i teorici della fine del lavoro caratterizzano scioccamente in quanto improduttivi ed esclusi dal processo di valorizzazione, ma in tutta la riproduzione del ciclo del capitale sono importanti per la valorizzazione del capitale, come lo sono le attività manuali. Vale a dire, sono essenzialmente lavoratori produttivi che contribuiscono in modo fondamentale alla redditività del capitale.

Di conseguenza, lungi dall’accettare che la centralità del lavoro nell’organizzazione sociale della produzione capitalistica sia andata perduta, è necessario ampliare la nozione di classe operaia per comprendere precisamente lo sviluppo della logica del capitale oggi. Antunes chiama questa nozione ampliata della classe operaia che vive del proprio lavoro, nel modo che segue:

Una nozione ampliata di classe lavoratrice include, quindi, tutti quelli e quelle che vendono la loro forza-lavoro in cambio di salario, incorporando, oltre al proletariato industriale e ai salariati del settore dei servizi, anche il proletariato rurale, che vende la sua forza-lavoro al capitale. Questa nozione incorpora il proletariato precarizzato, il sottoproletariato moderno, part-time, il nuovo proletariato dei McDonalds, i lavoratori trattinizzati di cui ha parlato Beynon, i lavoratori terziarizzati e precarizzati delle imprese liofilizzate di cui ha parlato Juan José Castello, i lavoratori salariati della cosiddetta “economia informale”, che molte volte sono indirettamente subordinati al capitale, oltre ai lavoratori disoccupati, espulsi dal processo produttivo e dal mercato del lavoro per la ristrutturazione del capitale e che rendono ipertrofico l’esercito industriale di riserva, nella fase di espansione della disoccupazione strutturale.

Antunes osserva che quello che è scomparso non è il lavoro ma un lavoro stabile e confondere l’uno con l’altro è un grande abbaglio. In effetti, tutte le forme di lavoro che hanno prevalso durante il periodo del taylorismo-fordismo tendono a scomparire, ma queste non sono scomparse per togliere la centralità del lavoro ma per manifestarsi in nuove forme di lavoro precario.

A poco a poco, la giornata lavorativa di otto ore, le indennità di lavoro, gli aumenti salariali indicizzati all’inflazione, il sindacalismo etc, cessano di esistere, e invece inizia a predominare il lavoro temporaneo, subappaltato, deregolamentato ed esternalizzato. Tutte queste nuove forme di lavoro che attualmente predominano spiegano il dispiegamento di un’offensiva del capitale contro il lavoro che ha lo scopo ultimo di aumentare l’appropriazione privata del plusvalore.

Una delle idee fondamentali su cui si muovono i teorici del reddito universale di base è che il lavoro perde sempre più peso nella composizione del reddito nazionale, a seguito di una trasformazione tecnico-scientifica che rivoluziona le forze produttive e causa ciò che Boltvinik caratterizza come automazione generalizzata. Si parla di rivoluzione tecnologica che sta modificando le forme di produzione e commercializzazione di beni e servizi e gli stili di vita e di consumo delle persone. Questa rivoluzione tecnologica che sta avvenendo in diversi settori: la biotecnologia, la nanotecnologia, lo sviluppo dei microchip, ha un’ampia influenza che, soprattutto, si fa sentire nelle attività lavorative e nei livelli e tipologie di consumi della popolazione. Gli enormi aumenti della produttività del lavoro causano un aumento della disoccupazione e della sottoccupazione, che riduce il reddito totale della popolazione attiva.

Questi autori non negano che il mondo del lavoro sia diventato precario. Tuttavia, spiegano questa precarietà, non come un’offensiva del capitale per estrarre un maggior plusvalore, ma a causa della contrazione del mercato del lavoro causato dall’aumento della produttività.

Tuttavia, equiparare il fatto che il lavoro perde rappresentanza nella distribuzione del reddito, con il fatto che il lavoro perde centralità nell’organizzazione sociale della produzione, significa omettere un’idea centrale nell’esposizione di Marx che si riferisce alla differenza tra prezzo e valore di una merce. Questa omissione è particolarmente grave perché si riferisce alla merce della forza lavoro, poiché presume che la forza lavoro valga ciò che riceve in salario. Pertanto, poiché le cifre del reddito nazionale sono calcolate sulla base del prezzo della forza lavoro, cioè del salario, questi autori finiscono per concludere erroneamente che il lavoro perde centralità perché il suo peso, la rappresentanza monetaria confusa con il valore, è diminuito nella distribuzione del reddito.

Tuttavia, come spiega Marx, il prezzo non è sinonimo di valore in una merce, tanto meno nella merce della forza lavoro. Nel suo obiettivo di costruire una critica dell’economia politica classica, Marx voleva mostrare che l’accumulazione di capitale si verificava anche quando il valore delle merci era rispettato, cioè anche quando prezzo e valore erano coincidenti. Per questo motivo ha prestato maggiore attenzione alla spiegazione del plusvalore assoluto e relativo, poiché questi sono due modi in cui il capitale estrae il plusvalore senza che il salario violi il valore della forza lavoro. Tuttavia, Marx riconosce anche che esiste una terza forma di plusvalore che si riferisce alla “riduzione dei salari al di sotto del valore della forza lavoro”, definita anche come super-sfruttamento. Questo è ciò che intende quando afferma che “se i salari non aumentano, o non aumentano in proporzione sufficiente a compensare l’aumento del valore dei beni di prima necessità, il prezzo del lavoro scenderà al di sotto del valore del lavoro, e lo standard della vita del lavoratore peggiorerà”. In questo quadro, Marx sottolinea il “ruolo importante che questo processo gioca nel movimento reale dei salari”. In questo modo riconosce che i salari possono violare il valore della forza lavoro, in modo che la sua riduzione monetaria non implica una riduzione del valore della forza lavoro ma piuttosto un aumento del tasso di sfruttamento. Tuttavia, i teorici della fine del lavoro e del reddito di base presumono che se si riducono i salari e si riduce il peso del reddito da lavoro sul reddito nazionale, si perde la centralità del lavoro nell’organizzazione sociale delle relazioni.

In questo modo, omettono gli importanti contributi che la teoria marxista della dipendenza ha dato per mostrare il ruolo centrale del super-sfruttamento come meccanismo strutturante e strutturale dei rapporti di produzione nel capitalismo dipendente latinoamericano e non solo, visto che la globalizzazione ha esteso il supersfruttamento anche alle regioni del primo mondo. Per dirla alla Toni Negri, il primo mondo è nel terzo mondo e viceversa. Per Ruy Mauro Marini, che può essere considerato il più importante marxista all’interno della teoria della dipendenza, la violazione del valore della forza lavoro è stata storicamente la leva per l’inserimento delle economie latinoamericane nell’economia mondiale, così che la disuguaglianza e la povertà che predominano nelle formazioni capitaliste dell’America Latina esistono perché la diminuzione dei salari al di sotto del valore della forza lavoro è il meccanismo di estrazione del plusvalore fondamentale nei rapporti di produzione nella regione. In questo senso, è possibile affermare che l’aumento della precarietà della vita sociale nel mondo del lavoro si è verificato, non perché l’aumento della produttività escluda la forza lavoro dalla produzione e distribuzione di beni e servizi, ma perché l’offensiva del capitale contro il lavoro ha cercato di aumentare l’estrazione del plusvalore trasferendo il “fondo di consumo del lavoratore” al fondo di accumulazione del capitale”, al punto da mettere in discussione la vita stessa della popolazione attiva.

Le conseguenze politiche della comprensione della povertà come risultato dell’automazione generalizzata sono abissalmente diverse dallo spiegarle come risultato di un rapporto capitale-lavoro articolato dal super-sfruttamento della forza lavoro. Nel primo caso, l’alternativa è finalizzata ad intraprendere politiche economiche come l’UBI che cercano di aiutare i cittadini a uscire dalla precaria o misera condizione in cui stanno riproducendo la loro vita. In questo caso, si sostiene che la rivoluzione tecnologica mantiene irreversibilmente il grosso della popolazione escluso dal mercato del lavoro e quindi è necessario applicare politiche distributive dell’apparato di potere per distribuire equamente il reddito tra i cittadini.

In altre parole, il problema non è lo sfruttamento, ma la scarsa distribuzione della ricchezza. Nel secondo caso, il problema fondamentale si trova nello sfruttamento del lavoro e l’alternativa necessaria trova nella classe operaia, priva dei mezzi di produzione, il potenziale per sradicare i rapporti di produzione organizzati intorno alla logica del capitale. Il motivo per cui esiste la povertà non è a causa dell’esclusione della maggior parte della popolazione dal mercato del lavoro, ma a causa di una trasformazione del mondo del lavoro controllato dal capitale al fine di ampliare l’appropriazione del plusvalore creato dal lavoro attraverso il rapporto salariale e la mercificazione della forza lavoro, che nel quadro della riproduzione delle relazioni sociali capitaliste, sta rendendo precaria la riproduzione della vita sociale della classe operaia e frantumando il potenziale potere contrattuale politico che la classe operaia potrebbe avere. Tuttavia, questo è ben lungi dal significare che la centralità del rapporto valore-lavoro nella riproduzione del capitale sia terminata.

Non riconoscendo la nuova morfologia del lavoro nell’economia mondiale capitalista, i teorici del reddito universale di base finiscono per sostenere una definizione liberale dello Stato che nega il potere politico di una classe su un’altra. Lo Stato, secondo questo punto di vista, è la rappresentanza di tutti i cittadini in egual misura, quindi ha la capacità di generare politiche di conciliazione che garantiscano il benessere di tutti gli individui. Lo Stato è concepito entro i confini della democrazia rappresentativa e del parlamentarismo borghese in cui la società è composta da singoli cittadini che esercitano i propri diritti a parità di condizioni. In questo contesto, la concentrazione della ricchezza non è intesa come il risultato di un processo di espropriazione e sfruttamento che concentra il capitale in poche mani a causa dell’appropriazione privata del plusvalore, ma come una cattiva distribuzione della ricchezza operata dall’apparato di governo. Di fronte a questa cattiva gestione delle risorse, è necessario, secondo i teorici del reddito universale di base, reindirizzare le politiche pubbliche verso una migliore distribuzione.

Ma questa definizione dello Stato che sostiene la proposta del reddito di base si muove nel mondo dell’apparenza su cui si sostiene il dominio della borghesia. Allo stesso modo in cui il sistema salariale nasconde il rapporto di sfruttamento, facendo credere che la retribuzione sia equivalente all’intero orario di lavoro, lo Stato capitalista nasconde e allo stesso tempo esercita il dominio di una classe sociale sull’altra, presentandosi come un sistema in cui tutti i cittadini sono equamente rappresentati. In questo modo veglia sull’esclusione dal controllo dei mezzi di produzione, sulla disciplina della forza lavoro e sulla concentrazione del capitale necessaria per il dominio della logica del capitale. Tuttavia, come affermò Lenin, “il capitale, una volta che esiste, domina l’intera società, e nessuna repubblica democratica, nessun diritto elettorale cambia l’essenza della questione”.

Sostenendo l’importanza di una politica di distribuzione del reddito, questo gruppo di studiosi entusiasti confonde lo Stato con l’apparato statale e quindi dissocia l’economia dalla politica. Se c’è povertà e disuguaglianza, non è per il predominio dei rapporti di sfruttamento ed espropriazione, ma perché c’è un governo che distribuisce male la ricchezza. Pertanto, scommettono che gli strumenti fondamentali della trasformazione sociale risiedono nell’applicazione della politica pubblica distributiva. 

Tuttavia, nel capitalismo, l’economia e la politica sono sfere completamente sovrapposte l’una sull’altra, per il fatto che, come dice Osorio, “nel mondo del capitale, ogni relazione di dominio di classe è contemporaneamente una relazione di sfruttamento. E ogni rapporto di sfruttamento è, a sua volta, un rapporto di dominio di classe”. Il plusprodotto sociale prodotto dalla forza lavoro diventa un appropriato plusvalore della classe sociale che possiede i mezzi di produzione. È quindi insostenibile affermare che lo Stato è un apparato di conciliazione che deve distribuire equamente la ricchezza, quando l’organizzazione sociale della produzione è determinata dall’appropriazione privata del plusvalore. Ciò non significa che sia impossibile attuare politiche distributive, ma che la ricchezza che i teorici del reddito di base affermano debba essere distribuita equamente, è alla fine un profitto generato attraverso lo sfruttamento, il che rende francamente illusorio contemplare, nel contesto del dominio del capitale, quella che definiscono libertà repubblicana. In altre parole, è il risultato del dominio di una classe sull’altra. Quindi, lo Stato è essenzialmente un dominio di classe che può prendere forma in una democrazia rappresentativa o in una dittatura militare. Qualunque cosa sia, nessuno metterà in dubbio la sua essenza fondata sul dominio politico di classe. Pensare diversamente, come fanno questi teorici, implica in ultima analisi la difesa della perpetuità dello sfruttamento come asse centrale della vita sociale.

Da una prospettiva critica, basata sui principi della teoria del valore-lavoro, questo lavoro cerca di accompagnare le analisi critiche che sono state sviluppate sulla proposta dell’UBI diffusa in tutto il mondo per dimostrare i limiti che il suo apparato teorico e argomentativo ha nell’analisi del mondo economico. Si dimostra che lo sforzo di applicare l’UBI sulla base degli argomenti della fine della centralità del lavoro, nega la nuova morfologia del lavoro che ha generato il predominio della logica del capitale nell’economia mondiale contemporanea. In questo modo riducono la nozione di lavoro a quella di lavoro manuale, escludendo l’ampia partecipazione del lavoro non manuale che contribuisce direttamente al processo di valorizzazione e quindi deve essere considerato lavoro produttivo nella nuova configurazione della classe operaia. Secondo, confonde valore e prezzo equiparando i salari al valore della forza lavoro e si omette il fatto che i salari possono essere ridotti al di sotto del valore della forza lavoro, come meccanismo fondamentale per l’estrazione del plusvalore dal capitale. Infine, lo Stato è definito come un luogo di amministrazione e conciliazione delle classi sociali, omettendo così la definizione classica di Stato del pensiero marxista, che lo colloca come uno strumento di dominio di classe.

Questi tre elementi mostrano che i sostenitori dell’UBI finiscono per giustificare la perpetuazione del predominio del capitale in tutta la vita sociale. In altre parole, negano la presenza di una forza sociale capace di trasformare i rapporti di produzione basati sullo sfruttamento del lavoro.

 

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