Al referendum, VOTA NO

 

Resistenza ad oltranza contro l’antipolitica

— Collettivo d’Autori Indipendenti “Le Gauche”

 

In data 20 e 21 settembre, insieme alle elezioni amministrative, si terrà il referendum costituzionale concernente il taglio di 230 deputati e 115 senatori; in tali giorni i cittadini saranno, dunque, chiamati a decidere se mantenere o tagliare poco più di un terzo dei parlamentari.

I maggiori partiti si sono dichiarati, a prescindere dallo schieramento politico, perlopiù a favore del taglio.

Mentre in precedenza, parliamo di qualche settimana fa, i sondaggi assicuravano una percentuale quasi da plebiscito del SÌ, attualmente, invece, se ne prospetta una vittoria probabile, tuttavia non certa. L’inizio, seppur flebile, della campagna referendaria per il NO sembrerebbe aver dunque mostrato la forte carenza nelle argomentazioni dei rappresentanti del SÌ.

Quanto costa un parlamentare?

Questi ultimi, infatti, si sono concentrati soprattutto sul millantato risparmio di circa 80-85 milioni di euro all’anno; tale dato non solo è ancora oggi oggetto di dibattito, ma costituisce anche un’argomentazione piuttosto debole: il risparmio dovuto al taglio dei costi della politica è infatti assolutamente esiguo per le casse dello Stato, si parla di circa lo 0,01% di risparmio a fronte di una perdita della rappresentatività che in alcune regioni raggiunge il -57%. Ma procediamo con ordine.

La ripetizione di una farsa storica

Si discute la proposta di un taglio al numero dei parlamentari già da molti decenni: le riforme proposte da D’Alema nel 1997, da Berlusconi nel 2006 e da Renzi nel 2016 sono soltanto le più celebri. In tal senso un articolo del Sole24Ore ci mostra come ben sette tentativi, tra cui i sopracitati, si siano rivelati fallimentari negli ultimi quarant’anni. Queste riforme, tuttavia, maturarono in contesti politici e sociali differenti: forse mai come prima nella storia della Repubblica Italiana abbiamo potuto assistere ad un attacco così grave al parlamentarismo. Siamo sempre più abituati a considerare il Parlamento un accessorio inutile, addirittura un ostacolo all’operato del Governo; il Parlamento, dunque, non rappresenta più la possibilità per i cittadini di determinarsi politicamente, bensì uno spreco che in quanto tale deve essere limitato, se non soppresso del tutto. Tocqueville, filosofo e politico francese del XIX secolo, sosteneva una tesi piuttosto interessante a tal riguardo: l’esercizio del potere non può in alcun modo non mostrare la propria utilità, non può essere superfluo; tolleriamo la detenzione del potere politico nella misura in cui quest’ultimo presenta un’immediata funzionalità. In caso contrario i detentori del potere devono essere eliminati o quantomeno limitati [Arendt Hannah, Le origini del totalitarismo, Torino, Einaudi, 2009].

Lo spettacolo a cui assistiamo rappresenta quasi una conferma alla tesi di Tocqueville: la narrazione favorita da una certa politica e da un certo giornalismo ha diffuso la falsa credenza che ritiene il Parlamento quasi come un buco nero di soldi pubblici, utile solo a una non precisamente determinata “casta di ladri”. Il parlamento, al contrario, dovrebbe rappresentare una delle conquiste più alte delle democrazie europee, si pensi che per i parlamenti in Europa hanno combattuto movimenti e persone da qualsiasi ambiente politico: dai Parlamentaristi di Cromwell nella guerra civile inglese del XVII secolo, passando per lo stravolgimento delle monarchie  assolutiste continentali con la Rivoluzione Francese e Napoleone a cavallo tra XVIII e XIX secolo arrivando alle ideologie della seconda rivoluzione industriale e del cosiddetto Secolo Breve. Eppure in Italia, nonostante l’esperienza ventennale del Fascismo e la sua conclusione con la lotta partigiana, negli ultimi 30 anni è riemersa una certa visione antipolitica. Ebbene a stravolgere la storia italiana stavolta ci hanno pensato i 5 Stelle. Risulterebbe tuttavia piuttosto forzato attribuire tutta la colpa ai pentastellati: l’immagine dell’istituzione parlamentare è infatti sotto attacco dalla “discesa in campo” di Berlusconi in quel confuso 1994. Con il “Cavaliere” ha dunque inizio il lento processo che ci ha condotto a fondamentalmente la maggior parte dei fenomeni antipolitici degli ultimi quindici anni. Una delle immagini più ricorrenti e utilizzate dalla campagna per il SÌ è quella di un parlamento semivuoto e apparentemente inattivo; insulteremmo i nostri lettori specificando che si tratta di immagini ingannevoli dal momento che il parlamento lavora tramite l’organizzazione di commissioni.

Forse l’argomentazione più falsa, ma allo stesso tempo persuasiva, dei sostenitori del SÌ riguarda il tasso di rappresentanza del nostro paese: i fautori della riforma affermano che l’Italia sia il paese europeo con il maggior numero di parlamentari; riteniamo giusto ribadire che tale dato sia assolutamente irrilevante, oltre che sbagliato. Qualora infatti dovesse essere approvata, cosa purtroppo probabile, una riduzione così drastica del numero dei parlamentari in Europa scenderemmo dal secondo al quinto posto per numero assoluto di rappresentanti e all’ultimo posto per rappresentanza.

La scelta della data del referendum, inoltre, non si rivela affatto casuale: le ragioni che hanno spinto il governo a scegliere tale data sono di due ordini: in primo luogo il 20 e 21 settembre, come già specificato all’inizio, si svolgeranno le elezioni amministrative in sette regioni e in nessuna di queste si prospetta la vittoria dei 5 Stelle, per i quali si è rivelata dunque l’esigenza di ottenere almeno una parte della vittoria; in secondo luogo, in un momento storico e politico delicato come questo che stiamo vivendo, la mossa dei 5 Stelle rappresenta un ricatto a tutti gli effetti. In tal senso riteniamo ancora più deplorevole l’assenso del PD, partito che in nome della stabilità di governo è pronto a barattare con una leggerezza disarmante la rappresentanza democratica in cambio di una non precisata legge elettorale da scrivere in pochi giorni. In sostanza non si tratta di un frangente adatto per indire un referendum di tale portata, spesso fortemente sottovalutato. Al di la della scarsa lungimiranza dei paladini del SÌ è evidente che ci troviamo di fronte a una squallida mossa politica.

A nostro parere non è riducendo in maniera così netta il numero di senatori e deputati che si può risolvere il problema dell’incompetenza dell’attuale classe dirigente. Di personaggi ignoranti la politica italiana ne è piena, alcuni dei quali hanno peraltro trasformato la loro ignoranza in un vantaggio politico (si pensi all’esempio eclatante del Sen. Razzi). A riprova di ciò vi è la considerazione che politici ignoranti, superficiali ed incompetenti hanno spesso ricoperto cariche ministeriali e alcuni di loro sono addirittura leader di partito (Di Maio, Meloni e Salvini sono soltanto gli esempi più facili). Inoltre spesso i personaggi più colti, preparati e temperati ricoprono cariche minori nel governo o partecipano soltanto all’attività parlamentare. Ci troviamo di fronte a una classe politica alla quale sostanzialmente non interessa formarne una nuova, considerando soprattutto la mancanza di investimenti e fondi per l’istruzione (anche qui siamo all’ultimo posto in Europa).

Da un sondaggio pubblicato recentemente emerge anche un’altra preoccupante realtà politica, circa la metà degli italiani, infatti, auspicherebbe il ritorno di un uomo forte al potere. Tale dato si prefigura dunque come un altro segnale di generale sfiducia nei confronti del parlamento, qui è evidente l’influenza antipolitica del Movimento 5 Stelle con la loro retorica a favore di una democrazia diretta digitale volta a convincere i cittadini dei presunti maggiori vantaggi che una simile struttura politica potrebbe offrire. In poche parole i 5 stelle vogliono convincere gli italiani che tutti possano detenere una carica istituzionale, nonostante le evidenze ci dimostrino il contrario: la gestione di uno Stato grande e complesso come quello Italiano necessita una rigida selezione di competenza. Non serve ricordare al lettore gli effetti disastrosi della “politica dell’uomo qualunque”, che sia sotto il Ventennio o che sia nella cosiddetta “Seconda Repubblica”. Questo è ancora più vero se si osservano i leader dei partiti più importanti degli ultimi trent’anni, dal personalismo maniacale di Berlusconi e Renzi arrivando fino al mito del leader forte di Salvini e Meloni, mito che purtroppo tende a riemergere nei momenti di crisi del paese mostrando che di fatto l’Italia non è mai andata incontro ad un serio processo di defascistizzazione e che tende a non fare i conti con la propria storia.

Ci duole infine constatare come una certa sinistra estrema, che spazia dall’anarchia al culto del totalitarismo, non abbia espresso una posizione chiara e definita a causa di ottusità ideologiche. In particolare quando, a livello tattico, ci si esprime nei meriti della propria sopravvivenza politica futura: con la diminuzione dei posti in parlamento la competizione elettorale in fette più larghe di territorio avvantaggia i partiti più ricchi, perché possono permettersi una campagna elettorale più dispendiosa, eliminando ovviamente i partiti più poveri, magari a garanzia delle classi subalterne e già massacrati dall’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Noi riteniamo che la via parlamentare al socialismo non sia da tacciare automaticamente con l’anatema del revisionismo, la realtà sfaccettata di un paese complesso e con una storia tormentata come il nostro non si è mai mostrata prona, almeno nell’Italia Repubblicana, a una rivoluzione intesa come violenza di strada e di piazza. Ogni rivoluzione, che sia socialista o meno, è “stata preceduta da un intenso lavorio di critica, di penetrazione culturale, di permeazione di idee” citando Antonio Gramsci. Il settarismo estremista meglio lasciarlo a chi è fuori dal tempo.

Fonti

[1] https://www.infodata.ilsole24ore.com/2020/09/06/tre-numeri-spiegare-referendum-costituzionale-sul-taglio-dei-parlamentari
[2] https://www.ilsole24ore.com/art/ritorna-taglio-parlamentari-ma-40-anni-hanno-fallito-gia-7-tentativi–AEAiyG3F
[3] Arendt H., “Le origini del totalitarismo”, Torino, Einaudi, 2009
[4] https://www.ilsole24ore.com/art/italia-seconda-ue-numero-parlamentari-ma-la-riforma-scende-5-posto-AFz38CK
[5] https://www.repubblica.it/politica/2019/02/06/news/senato_camera_parlamento_taglio_parlamentari_riforma-218400413/
[6] https://www.openpolis.it/quanto-spendono-litalia-e-gli-altri-paesi-ue-nelleducazione-dei-cittadini/

[7] https://www.agi.it/cronaca/censis_politica_uomo_forte_democrazia-6689183/news/2019-12-06/

L’antipolitica ed il suo ingresso drammatico-satiresco.

La seconda Repubblica non si scorda mai

Appena dopo lo strabiliante risultato dei pentastellati alle elezioni politiche del 2018, Luigi Di Maio, allora capo politico del Movimento 5 Stelle, proclamò enfaticamente l’entrata dell’Italia nell’epoca della Terza Repubblica. Sono passati due anni da allora e, com’era facilmente prevedibile, della III Repubblica non si è vista nemmeno l’ombra. Anzi, possiamo tranquillamente dire che la logica sottostante al referendum sul taglio dei parlamentari, per cui ci accingiamo a votare il 20 e il 21 Settembre, è in perfetta continuità con la logica della II Repubblica: la logica diabolica dell’antipolitica.

Perché diabolica? I motivi sono sostanzialmente due:

  1. si fonda su delle promesse che non è strutturalmente in grado di mantenere: vuole che i governanti e i governanti siano il più simile possibile, ma il principio su cui deve fondarsi la democrazia rappresentativa è quello di distinzione; vuole bonificare, se non eliminare, la politica e il professionismo politico, ma all’interno di società complesse in un quadro rappresentativo la prima e i secondi sono una necessità;
  2. dissimula la realtà contrapponendo la “cattiva” politica (lo Stato, i partiti, le istituzioni pubbliche), accusata di ogni male e nefandezza possibile, alla “buona” società civile, fatta di onesti lavoratori dotati di senso comune. Peccato che questa narrazione demagogica dimentichi che in realtà la politica è l’unica dimensione umana in grado di porre un freno alle brutali dinamiche di classe che pervadono la società civile (che, ricordiamocelo, ad oggi corrisponde alla società di mercato), e di conseguenza allo strapotere del capitale. L’antipolitica si combina quindi bene con la fase neoliberista in cui oggi è impigliato il modo di produzione capitalistico, per cui lo Stato deve rimuovere i limiti che impediscono al mercato di esercitare la propria funzione e allo stesso Stato vanno applicate logiche di mercato. Pensate alle prime due motivazioni dei sostenitori del SÌ al referendum: diminuzione (ridicola) dei costi a discapito della rappresentanza ed efficientamento (campato in aria) dei lavori parlamentari.

Questa logica ha avuto modo di dipanarsi in Italia dalla fine degli anni Novanta e da allora domina incontrastata la scena politica. A seguito infatti dello scoppio di Tangentopoli e di quella che venne chiamata “la grande slavina”, ossia la distruzione dei partiti della I Repubblica, l’Italia ha subito una drammatica cesura sistemica: si passa dalla Democrazia dei Partiti alla Democrazia del Pubblico. Ciò vuol dire, in altri termini, che è mutata la funzione e l’importanza della forma partito.

Si è chiusa l’epoca di un sistema politico basato sulla centralità del partito, ed è stato abdicato il ruolo che questo aveva in termini di formazione teorica di base e la preparazione politica dei propri attivisti e dirigenti. Ora, a causa dei nuovi canali di comunicazione di massa e dell’apparente esaurimento di un pensiero politico in grado di sfidare e superare il sistema capitalistico, ad essere centrale è la figura del leader: questo riesce a comunicare direttamente coi suoi elettori saltando la mediazione della rete del partito, e preferisce una comunicazione più leggera e orientata a singole divisioni (p. es. immigrazione, UE ecc.) rispetto a complessi sistemi filosofici. Viene perso di vista l’intero a favore delle parti, così non ci si sogna nemmeno di mettere in discussione il modo di produzione capitalistico. Al partito resta demandata la fornitura di risorse quali rete di contatti e fondi per finanziare campagne di comunicazione. Da formatore di politici di professione diventa cassa di risonanza di un leader. Le premesse di un Di Maio agli Esteri invece che di un Nenni stanno tutte qui.

Dicendo questo non si vuole ovviamente né fare un elogio né proporre una sorta di “ritorno” della Prima Repubblica, di cui conosciamo bene i limiti: la corruzione era effettivamente dilagante e il sistema politico, dopo il naufragio del compromesso storico, aveva perso del tutto la sua spinta propulsiva. Si vuole semplicemente mostrare come l’entrata nel nuovo sistema politico non abbia mantenuto le sue promesse e si sia rivelato, se non qualitativamente uguale, addirittura peggiore di quello che l’ha preceduto. Non c’è stata alcuna bonifica della politica, non c’è stato alcun miglioramento della qualità dei rappresentanti, non c’è stata nessuna maggior identificazione fra governanti e governati.

Storicamente, a sbarazzarsi della Democrazia dei Partiti è stata la Santa Alleanza fra la magistratura e l’opinione pubblica: la prima imponendo all’attenzione di tutti l’estremo grado di diffusione che la corruzione e il patronage politico avevano raggiunto; la seconda mettendo alla berlina in TV, attraverso giornalisti e conduttori novelli tribuni (pensiamo a Santoro, Funari, Lerner e Travaglio), il politico-capro espiatorio di turno. La totale sfiducia per la politica mista alla coscienza di star vivendo un momento di cesura fece rivolgere lo sguardo dell’elettorato (soprattutto di destra moderata, che si ritrovava senza rappresentanza) alla società civile. Non essersi mai occupati di politica diventa così un titolo di merito, soprattutto per personalità note al grande pubblico che aspirino a guidare il passaggio dal vecchio sistema politico a quello nuovo. Si va alla ricerca di leader non coinvolti nel naufragio della vecchia classe dirigente e che, nello stesso tempo, possano fornire adeguate credenziali di capacità, carattere ed onestà. Un ricco imprenditore del Nord, per esempio. Da questo arido terreno arato da magistratura e opinione pubblica e fertilizzato con escrementi antipolitici, non poteva che germogliare rigogliosa un’erbaccia blu: Silvio Berlusconi.

A dire il vero il nostro Cavaliere terrore dei comunisti avrebbe preferito non dover scendere direttamente in campo, ma l’indisponibilità di Segni e i sondaggi d’opinione lo convinsero a correre il rischio in prima persona. Il suo partito, Forza Italia, è privo di gerarchie articolate, a cui sono sostituite strutture flessibili e leggere, ed è composto essenzialmente da dipendenti di una delle aziende del leader. Punta tutto sui sondaggi, sulle campagne elettorali e sull’immagine, coadiuvato dal possesso delle più importanti emittenti televisive private del Paese. Tutto ciò che ha a che fare con la politica di professione, con una formazione teorica e pratica di base, con il partito inteso in senso primo repubblicano viene abolito, già dal nome (a tal proposito, vi invito a guardarvi intorno: quanti partiti oggi hanno nel proprio nome la parola “partito”?). Fin da subito la comunicazione berlusconiana ha come elemento principale l’antipolitica: egli dichiara che gli esponenti di FI sono prestati temporaneamente alla politica solo per salvare il paese dal comunismo, e svolto il loro compito possono tornare al mondo delle professioni; nonostante sia un borghese arricchito e di successo, con il suo linguaggio politicamente scorretto e coi suoi modi di fare pagliacceschi si sforza di apparire come uno del popolo; paragona se stesso ad un amministratore delegato, i cittadini a dei clienti e l’Italia a un’azienda, che deve garantire decisioni rapide, discussioni ridotte al minimo indispensabile e conti in ordine. Con questo mix di neoliberismo e antipolitica Sua Emittenza riuscirà a federare il centro-destra e ad avere molto successo elettorale, interrotto solamente dagli scandali e dalla crisi economica.

Berlusconi ha imposto uno stile di successo con cui i suoi avversari e i suoi successori avrebbero dovuto fare i conti. Anche a sinistra c’è chi si è lasciato contagiare dal virus antipolitico (pensiamo ai Girotondi o a Di Pietro), mentre chi non l’ha fatto, come il Partito Democratico, ha deciso di rinunciare al voto dei ceti popolari dandosi un’identità neoliberale ed europeista, comunque ideologicamente compatibile coi alcuni fini di fondo dell’antipolitica. A destra invece, un politico di professione quale Salvini è riuscito a convincere una buona fetta dell’elettorato, attraverso il ricorso a esperti della comunicazione, un falso antieuropeismo e proposte xenofobe, di essere come loro.

Insomma, la progenie berlusconiana è ampia, ma il figlio più simile al padre è solo uno: il Movimento 5 Stelle. Casaleggio è persino riuscito dove Berlusconi aveva fallito, evitando un coinvolgimento personale. Per il resto, la storia si è ripetuta, ma sempre nella sua forma farsesca, senza un passaggio tragico: in un periodo di crisi politica ed economica, da un’azienda privata è promanato un partito che non è un partito, che sfrutta efficacemente i nuovi mezzi di comunicazione (i social media) per diffondere le sue “idee” intrise di antipolitica. La formazione teorica e politica è un miraggio nel deserto della post-ideologia. Il professionismo politico è odiato, gli si preferisce il dilettantismo e una falsa identificazione alla persona comune.

Se da un lato ci viene risparmiata la retorica del self-made man e dell’anticomunismo, dall’altro abbiamo un’appropriazione degradante della controcultura e del linguaggio antisistema (pensiamo all’antivaccinismo o al complottismo). Stabilito quindi che il padre politico legittimo del M5S è Berlusconi, troviamo ironico e sorprendente l’appoggio di quest’ultimo al NO al referendum sul taglio dei parlamentari. Ha un che di edipico, ma all’incontrario: vuole uccidere suo figlio per continuare a fottere la Madre Patria.

In seguito all’exploit del 2013 più che riconfermato nel 2018, i 5 Stelle, com’era facilmente prevedibile, hanno perso molta popolarità, stando ai sondaggi addirittura più della metà dei consensi. Caduta la maschera delle proposte sistemicamente irrealizzabili, tanto facile da indossare quando si è all’opposizione quanto difficili da mantenere di fronte ai sonori ceffoni della logica del reale, la dirigenza pentastellata si accinge ad integrarsi pienamente nel sistema che diceva di voler combattere, destino comune di ogni bonificatore della politica che perde di vista l’intero di cui è parte. Al Movimento non resta quindi che sparare le ultime cartucce antipolitiche per cercare di recuperare un po’ di consensi.

Dopo questi brevi accenni alla storia recente storia politica italiana, una domanda sorge spontanea: capiranno gli elettori italiani che è giunta l’ora di smetterla con questa dannosa logica antipolitica e che le promesse di chi se ne fa portatore sono strutturalmente irrealizzabili? Un indizio di risposta potrà essere trovato nel risultato del referendum per cui ci accingiamo a votare. Sicuramente, se vogliamo essere protagonisti di una possibile cesura con questo odioso sistema politico, noi comunisti e socialisti dobbiamo cominciare a riorganizzarci. Per intanto, condannati a resistere, diciamo NO alla perdurante logica della II Repubblica.

Fonti

[1] https://www.ilblogdellestelle.it/2018/03/inizia_la_terzarepubblica_la_repubblica_dei_cittadini.html

Il coro degli ingegneri: «l’ottimo è nemico del bene»

Quali sono le argomentazioni “razionali” del Sì? Analizziamo questo articolo su Medium di Simone Piunno, che ce ne propone alcune.

Egli comincia volendo analizzare il numero di parlamentari come se fosse un problema matematico, quindi avente un ottimo da ricercare matematicamente: una volta trovata la formula che ci dà la “prestazione” del parlamento in relazione al numero di parlamentari, voilà, con uno studio di funzione arriviamo al numero magico che di meglio non ce n’è.

L’ing. Piunno, scavando su Internet, ha trovato uno (uno!) studio per il quale la Francia e l’Italia hanno il maggior surplus di parlamentari, mentre gli USA ne hanno una carenza.

In tale studio – di cui vediamo sopra una sintesi grafica – viene formalizzata una procedura di calcolo finalizzata alla ricerca di un valore ottimale di rappresentanti (valore di massimo assoluto che la funzione acquisisce con y’ = 0) che il nostro ingegnere ritrova in un articolo del 2008:

«Si arriva a dimostrare che esiste un numero ottimale di rappresentanti, ottimale nel senso che esprime il miglior compromesso, e che tale numero è proporzionale alla radice quadrata della popolazione.»

Andiamo a vedere il documento in questione, quindi, siccome vien portato dall’ingegnere come cognizione di causa assoluta rispetto il suo appoggio al sì. Questo è un paper di 49 pagine in cui risaltano subito agli occhi due questioni principali nella costruzione della formula:

  • Che assiomatica [condizioni indimostrabili a principio di un modello autoportante, ndR] regge il modello matematico?
  • Il modello matematico, seppur coerente, data la sua assiomatica può essere pur considerato adeguato allo studio della realtà dei fatti o può essere degradato a puro esperimento mentale?

Alla base del modello c’è l’assunzione di un triplice orizzonte di senso: la limitatezza esecutiva dell’essere umano nel prendere pubbliche decisioni (l’essere umano non può essere onnisciente), un sistema regolativo basato sulla divisione dei poteri e sul principio di sussidiarietà ed il postulato che il sistema legislativo su cui lo stato si struttura sia costruito da padri fondatori benevolenti, bayesiani e utilitaristi (Founding Fathers). Seppur il primo punto sia vero, il secondo è totalmente falsificato nel momento in cui lo si adegua alla realtà dei fatti, postulando una natura dell’uomo non propria. Ma i detrattori potranno dire che tale questione sia meramente un dibattito sulla qualificazione degli FF, che non inficia in alcuna maniera la possibilità del modello matematico d’esser applicato senza un’alta discrepanza con la realtà dei fatti. La problematica è duplice ed è più profonda di questa semplice argomentazione:

  • I padri fondatori, padri costituenti a prescindere, non conoscono né la distribuzione di probabilità delle preferenze dei cittadini P né le loro propensioni politiche [«But the agents’ beliefs about others’ preferences are not common knowledge and are unknown to the FF»; Ma il parere degli agenti sulle preferenze altrui non è conoscenza comune ed è sconosciuto ai padri fondatori]. Essi agiscono come enti puramente razionali che non possono specificare completamente la funzione di benessere attesa (o media) che vorrebbero massimizzare per mezzo della scelta di una costituzione, ed infatti devono propendere ad un modello matematico puramente bayesiano [«Another approach is to choose decision rules that are optimal against a non-informative, or vague prior»; Un altro approccio è scegliere le regole di decisione che siano ottime contro un precedente non-informativo o vago], ricordando comunque che «there is a mathematical difficulty in the representation of a decision maker’s complete prior ignorance because a uniform distribution on the real line (or on the set of integers) doesn’t exist» [c’è una difficoltà matematica nella rappresentazione di una totale ignoranza antecedente del decisore, perché non esiste una distribuzione uniforme sulla retta reale (o sull’intervallo di numeri interi)]. Ora, il fatto che non si dia una condizione di piena efficienza informativa nella realtà dei fatti, non permette di esprimere un’analogia tra l’ignoranza assoluta e volontaria dei FF nel comporre o modificare la costituzione e il bias informativo delle processualità politiche odierne. Tuttalpiù, il disinteresse dei FF ad essere eletti dalla popolazione P o giudicati per la costruzione costituzionale (vengono definiti come unici organi esterni alle processualità democratiche per statuto) è impossibile da corrispondere all’alta manipolabilità informativa conseguente all’azione dei partiti politici come portatori di interesse strategico nei confronti della loro possibilità d’esser trasversali alle composizioni dell’esecutivo, del legislativo e delle commissioni proponenti modifiche o integrazioni costituzionali (o, come vuole la storia, trasversali alle Assemblee Costituzionali che, negli stati democratici, sono sempre state espresse mediante una consultazione elettorale).
  • I padri fondatori sanno che nessun agente è benevolo. Ne consegue che le azioni dell’esecutivo devono essere vincolate il più possibile [«It can of course be dangerous to let the executive choose crucial parameters freely, because this executive is endowed with unknown preferences and would be tempted to pursue private goals»; Naturalmente può essere pericoloso permettere all’esecutivo di scegliere liberamente questi parametri cruciali, siccome questo esecutivo è dotato di preferenze ignote e sarebbe tentato di perseguire interessi propri] e che ai rappresentanti (legislativo) devono essere forniti incentivi per rivelare le proprie preferenze in modo veritiero direttamente nella costruzione del documento costituzionale [«Revelation Principle, we require the representation mechanism (f,t) to be direct and revealing»; Principio di rivelazione, necessitiamo che il meccanismo di rappresentanza (f,t) sia diretto e rivelatorio].  Ovviamente il punto precedente si ripercuote pesantemente sul secondo punto. Il principio di sussidiarietà esprime come l’esecutivo colmerà tutte le lacune del pubblico processo decisionale, lacune che però non permettono in alcun modo all’esecutivo di arrogarsi il diritto di decidere in materie specifiche, come quella fiscale. La costituzione si fa ente limitatore in maniera assoluta dell’assetto democratico, identificando la legislazione e l’esecuzione con l’espressione ed l’esecuzione di processi non politici, bensì amministrativi: la costituzione non solo crea gli spazi di azione della politica, ma si pone dinnanzi ad essa come unico modello da conservare e reiterare. Noi eleggiamo e votiamo la componente legislativa (e, indirettamente, definiamo le possibilità di creazione di una giunta esecutiva) in maniera randomica [«v0 utility is a random draw in P, we completely black-box elections and voting»; la funzione d’utilità v0 è un sorteggio casuale in P, noi tralasciamo totalmente le elezioni e il voto] modellando l’assemblea dei legislatori come un campione casuale di preferenze: per questo dobbiamo modellare la costituzione in modo tale che non possa creare margini di flessibilità all’esecutivo che potrebbe seguire i propri interessi egoistici [«could choose the free parameters of (f,t) to maximise his (her) own utility v0»; sceglierebbero i parametri liberi di (f,t) per massimizzari la propria funzione d’utilità v0], riducendo il rischio alla sola influenza del potere dell’esecutivo sul potere di rivelazione della componente politica votata. Lascio al lettore la possibilità di costruire un modello matematico coerente col reale quando il calcolo di efficientamento del legislativo si basa unicamente su postulati del genere.

In poche parole, questo è un raffinatissimo esperimento che gode di un forte valore euristico sullo studio dell’importanza della manipolabilità delle istituzioni, ma non può essere preso ad esempio come esempio analogico nei confronti della specifica situazione italiana. Tra l’altro, non è l’unico studio sul problema dell’ottimizzazione che si può fare, anzi, è uno dei pochi che darebbe come favorevole il taglio proprio perché non terrebbe conto, a detta di economisti come Buchanan e Tullock, del fatto che oltre ai costi effettivi della politica ci sono pure da sommare  i così detti costi esterni attesi, che sono le perdite che ogni cittadino accusa quando qualcun altro vota con intenzione diversa dalla sua (esempio radicale, se a decidere è un unico individuo, il costo è pari a 0). Questo è un costo che in realtà si rende indirettamente complementare ad un vero e proprio investimento futuro nella particolarità della propria scelta: più alto è il costo potenziale e più si gode dei benefici di avere i propri interessi rappresentati istituzionalmente. Ciò problematizza l’ambito di discorso in modo più puntuale del modello visto in precedenza: un’alta rappresentatività pone il singolo agente strategico nel considerare per sé un aumento dei benefici futuri affinché il suo interesse riesca ad esser coerentemente espresso nelle sedi opportune.

Tornando a noi, una volta letto l’articoletto, il signor Piunno conclude: «OK, abbiamo stabilito che noi [in Italia] abbiamo un eccesso di parlamentari, ovvero troppi rispetto al numero ottimale.»

Diamine, veloce il sig. Piunno! Pensavo che una ricerca scientifica fosse una proposta e non una verità assoluta, che il sig. Piunno convenientemente si infila nella tasca. Vediamo ora come cerca di giustificare a ritroso questa sua scoperta.

«In linea teorica, potrebbe essere ad esempio che, a causa della nostra storia, diverse parti del paese abbiano opinioni e interessi molto diversi e, per canalizzare le proprie preferenze, abbiano quindi bisogno di un più stretto contatto con i rappresentanti (ovvero un più basso numero di elettori per parlamentare). Bisogna però notare che, tra i fattori che possono portare a questo effetto, ci sono ad esempio: uso di lingue diverse tra la popolazione, dispersione geografica nel territorio, radici culturali o religiose di matrice diversa, maggiore divaricazione delle condizioni economiche tra ricchi e poveri (ad esempio coefficiente Gini). A ben guardare [cosa?], sono tutti fattori per i quali il nostro paese è posizionato meglio di tanti altri. A me non sembra [anche a me] che siamo più variegati degli altri».

Dove ha ben guardato il nostro articolista per dirci che sono tutti fattori per i quali il nostro paese è posizionato meglio di tanti altri? Ci aspettavamo «evidenze oggettive, analisi scientifiche, dati numerici», ma siamo stati lasciati a digiuno; cerchiamo noi qualche dato. Abbiamo un Mezzogiorno in difficoltà cronica (ciascun cittadino del Sud ha ricevuto in media 3.358 euro in meno rispetto a un suo connazionale residente al Centro-Nord, e in generale l’ammanco rispetto a quanto effettivamente ricevuto è da capogiro: 840 miliardi di euro), una questione meridionale sanitaria tutt’ora in corso, salari reali che calano, un’evasione fiscale che “sommergeva”, nel 2017, 210 miliardi di euro, con annessi circa 4 milioni di lavoratori in nero (oggi fortunatamente molti di meno in virtù dei licenziamenti in tronco per il contraccolpo del Covid-19). Ma poi non serve solo guardare a questi dati, pensiamo che il 14% degli italiani parla esclusivamente in dialetto, oltre alla loro infinità di numero e varietà e a ben 12 lingue ufficiali “di minoranza” (tra cui il Franco-Provenzale, il Friulano, il Ladino, l’Occitano, il Sardo, il Griko). Pensiamo alla difficoltà di tutte le comunità montane e paesane, soggette a costante spopolamento e generalmente abbandonate a loro stesse a livello di trasporti, di sanità locale, di strutture educative. Quindi, al di là del fatto che siamo la nazione con probabilmente maggior varietà linguistica in Europa, ci permettiamo di aggiungere che ad uno sguardo più attento noi siamo comunque parecchio variegati, abbiamo un certo problema “economico-socio-geografico” e un serissimo problema di disuguaglianza per il quale siamo fortemente condizionati a livello educativo, sanitario, sociale e professionale dalla situazione economica dei genitori (ISTAT). Ci dispiace che al signor Piunno non sembri che siamo più variegati di altri, perché probabilmente si sbaglia e perché, in ogni caso, siamo uno dei paesi più in calo dei big europei, e questo è un problema non in astratto ma in concreto per tutti. L’obiettivo è far meglio degli altri, non far peggio.

Se andassimo a vedere un grafico sullo sviluppo umano nelle varie regioni italiane, troveremmo questi scarti interessanti, pronti a sconfessare la logica del «tagliamo la rappresentanza poiché ci sono paesi che stanno peggio di noi»:

 

Detto ciò, il sig. Piunno continua con la sua dimostrazione, facendo un sondaggio su Twitter, ottenendo un campione di 23 risposte in cui l’82,6% (19 persone) non saprebbero nominare un Deputato e/o un Senatore che li rappresentano. Effettivamente, il sig. Piunno ammette che il sondaggio «non è certo statisticamente significativo», solo che al contempo sostiene che «la polarizzazione del risultato è notevole», come se ci volesse dire qualcosa che 19 dei suoi seguaci non sanno se è Giorgio Signori, oppure Bepi Enzicchi, oppure il Babau a rappresentarli in Parlamento. Il motivo per il quale si fanno ricerche statistiche su campioni di dimensione ben maggiore (un sondaggio elettorale di quelli soliti che sentiamo in TV ha dimensione del campione di 1000 persone: circa 43 volte il campione del sig. Piunno). Pare che si sia scordato le lezioni di Statistica all’Università.

Quindi i dati del sig. Piunno anche stavolta non ci hanno soddisfatto; egli comunque recupera osservando che

«Sempre più le persone si spostano e si mescolano, abitano in una Regione ma lavorano in un’altra, e magari hanno i familiari in un’altra ancora (io sono un classico esempio). Tra l’altro, questo fenomeno sta velocemente accelerando a causa dello sviluppo dello smart working forzato dalle restrizioni Covid-19. E poi ormai sempre di più si comunica online, con i tweet, con i post, e meno con i comizi»

Il fatto che egli sia un classico esempio di persona che si è spostata di Regione ci aiuta effettivamente a capire l’importanza e la dimensione del fenomeno, non ci sono dubbi, tra l’altro c’è pure da considerare il telelavoro forzato dalle restrizioni del Covid-19. Il numerino qui manca, ma lo aiutiamo noi il sig. Piunno: a lavorare in telelavoro, ad Aprile 2020 (quindi in piena quarantena generalizzata), era il 15% dei lavoratori. Contando circa 23 milioni (Aprile 2020, dati ISTAT) sono circa 3,5 milioni di lavoratori in telelavoro. Probabilmente i suoi 19 amici erano tra loro.

Al di là dello scherzo, l’argomentazione è chiaramente fallace perché i parlamentari sono stati eletti nel 2018, quindi il telelavoro non c’entra nulla. Inoltre la mobilità regionale è una argomentazione debole, perché chi si interessa della politica, anche lavorando altrove può benissimo venire a sapere il nome dei politici candidati parlamentari o già parlamentari della zona. Il problema, che il sig. Piunno inconsapevolmente va a toccare, è quello del disinteresse del cittadino nella politica, che effettivamente da lavoro sul territorio è diventata spettacolino per andare al governo; ma di questo egli non dice parola. Andiamo avanti:

«OK, abbiamo stabilito che abbiamo un eccesso di parlamentari e che tornare ad una dimensione “normale” [finalmente!] non farebbe danni. Ma che problemi ci crea il mantenimento dello status quo?»

Vediamo.

  • «da un punto di vista della capacità di un paese di generare imprese e ricchezza, i dati mostrano che l’ingerenza dello Stato nel mercato e il costo necessario per le pratiche di apertura di una attività sono entrambi sistematicamente maggiori nei paesi che hanno un eccesso di parlamentari — sembra [!] ragionevole spiegare questa correlazione [sic!] pensando che, se ci sono più parlamentari del necessario, questi siano indotti [!] a una sovra-produzione di leggi e regolamentazioni [!], aumentando la burocrazia;
  • l’evidenza empirica dei dati [e ce li riporti, sig. Piunno!] mostra inoltre che i paesi con un eccesso di rappresentanti sono i più corrotti — anche qui sembra ragionevole che, a causa della maggiore burocrazia spiegata al punto precedente, sia più facile trovare appigli per la corruzione.»

Procediamo con calma.

Primo punto: il sig. Piunno afferma che «i dati mostrano che l’ingerenza dello Stato nel mercato e il costo necessario per le pratiche di apertura di una attività sono entrambi sistematicamente maggiori nei paesi che hanno un eccesso di parlamentari». Per qualunque persona con un’educazione scientifica, è chiaro come il sole che una correlazione non implica un rapporto causale. Mi spiego: in uno stabilimento balneare arriva la bella stagione, e le famiglie consumano, mangiano gelati, vanno al mare. Un giorno il sig. Piunno decide di andare a studiare come mai ci sia un aumento degli affogamenti nel mese di Agosto ed ecco! Nello stesso mese vi era un aumento di vendite dei gelati! Sembra ragionevole spiegare questa correlazione pensando che, se si mangiano più gelati del necessario, questi ci inducano a pesare di più, quindi a nuotare peggio, facendoci affogare. È chiaro che l’aumento del consumo di gelati e degli affogamenti è dovuto al maggior affollamento degli stabilimenti balneari, ma non sono le spanciate di gelato a determinare più affogamenti (mi spiace). Allo stesso modo, siamo sicuri che ci sia un legame diretto tra numero di parlamentari e burocrazia? Sì, perché sembra così al sig. Piunno, di cui ci fidiamo.

Abbiamo a che fare con pura retorica e con “dimostrazioni” portate avanti a correlazioni e “sembra”. Infatti, come è giustificabile che il numero di parlamentari “induca” ad una sovrapproduzione di leggi e regolamentazioni? Per un qualche effetto psicologico, per loro abitudine? Sostenere che il numero di persone nel Parlamento condizioni il contenuto delle leggi è assurdo quanto dire che i gelati siano la causa degli annegamenti.

Passiamo al secondo punto: «i paesi con un eccesso di rappresentanti sono i più corrotti — anche qui sembra ragionevole che, a causa della maggiore burocrazia spiegata al punto precedente, sia più facile trovare appigli per la corruzione». Vero. Soltanto che, considerando che ci sono più rappresentanti, il peso di quelli corrotti è minore, quindi siamo punto e a capo. Inoltre quella del punto precedente non mi sembra molto una “spiegazione”.

Per questo motivo il sig. Piunno ha sentito «il bisogno di maggiori evidenze», trovandouno (uno!) studio svedese nel quale il risultato è effettivamente che le amministrazioni locali con più membri hanno un tasso di corruzione maggiore, soltanto che non parlano mai di eccesso di rappresentanti, ma solamente più rappresentanti. Ciò significa che c’è una correlazione tra aumento di corruzione e numero di rappresentanti locali, ma ciò non significa che ci sia un numero magico di rappresentanti oltre i quali c’è corruzione e prima no. Inoltre, ribadiamo che il numero di rappresentanti non causa (il sig. Piunno ammette) maggior corruzione, ma semplicemente dà una superficie maggiore sulla quale si riflette la società. Concordiamo tutti che il modo per risolvere i problemi di corruzione al Sud non è quello di eliminare le amministrazioni comunali, ma di eliminare la Mafia.

Il signor Piunno, da “scienziato”, dovrebbe ben comprendere sin da Popper e dal tacchino induttivista di Russel come un giudizio scientifico, ovvero l’espressione di una legge a grado di corroborazione, è differente da un puro giudizio sintetico a posteriori che non abbisogna di una costruzione necessaria e codificabile universalmente.

«Infine, anche se su questo tema non ho trovato letteratura scientifica per il contesto specifico della democrazia rappresentativa [sic!], la mia esperienza [?] mi fa ipotizzare che un eccesso di rappresentanti possa portare anche ad una generale diminuzione di efficacia del processo legislativo».

Non abbiamo nessuna pubblicazione per il contesto specifico della democrazia rappresentativa, che ahinoi è il nostro caso. Ma fortunatamente, l’esperienza del signor Piunno e quella di «chiunque si occupi di project management e organizzazione del lavoro [di cui il sig. Piunno fa le veci], al crescere di una organizzazione o di un team, la capacità individuale scende, consumata dalla complessità organizzativa».

Su questo non abbiamo molti dubbi. Ma come argomenta in modo razionale il nostro signor Piunno?

«il numero di possibili coppie tra membri del team cresce in maniera quadratica e ognuna di queste coppie è una opportunità per incomprensioni e difetti di comunicazione. Se le persone aumentano da 600 a 945, diventa 248% più faticoso il coordinamento, stabilire un gergo condiviso, instaurare un rapporto di fiducia, raggiungere un accordo, e per gestire questa maggiore complessità si finisce inesorabilmente per creare più procedure, più burocrazia. Oppure si fornisce al Governo una scusa per bypassare l’inerzia del Parlamento usando la decretazione d’urgenza».

L’Assemblea del Popolo Cinese conta 2980 delegati a convocazione annuale per due-tre settimane di lavoro continuato: trovatemi un organo capace di pianificare le procedure macro legislative di un anno solare in due settimane con continue approvazioni in plenum. Il nostro caro ingegnere dimentica un fatto, che era già abbastanza chiaro nel così detto “paradosso di Arrow”: non è il numero dei delegati quanto la difformità dei pensieri e la concorrenza degli interessi in campo specifico a rendere un’istituzione più o meno efficiente (in senso relativo) nella velocità dell’approvazione delle leggi. 

Dopodiché il sig. Piunno ci grazia, finalmente, con un grafico didattico per insegnarci come funziona il calcolo combinatorio:

C’è però un problema. Il Parlamento non è un team e non è nemmeno una Camera! Non in Italia, perlomeno, non dopo il No al Referendum del 4 dicembre 2016. Abbiamo due Camere con stesso ruolo (cosa unica al mondo), quindi persino un caso particolare della democrazia rappresentativa su cui il sig. Piunno non ha trovato nulla ma ci sta aiutando con la sua esperienza. Volendo stare al gioco, sembra comunque poco “razionale” sostenere che ogni persona dovrà mettersi d’accordo con letteralmente ogni altra, anche perché se no vi sarebbero 446.040 linee e il sig. Piunno e noi rimarremmo confusi. E infatti il Parlamento funziona con le Commissioni, per cui lo scenario di una assemblea plenaria di una Camera è atipico per la promulgazione della maggior parte delle leggi; in tal caso, comunque, vi sono le organizzazioni partitiche che raccolgono le molte teste dei parlamentari singoli; anche volendo assecondare le esotiche tesi del sig. Piunno, il Parlamento allo stato attuale ha già la soluzione in atto nel suo normale operare.

«OK quindi ricapitolando:

  • la teoria dice che per il nostro paese la dimensione ottimale del Parlamento sarebbe 570, con +375 siamo il paese con il maggior eccesso di parlamentari al mondo;
  • non ci sono motivi per credere che il nostro Paese sia diverso dagli altri, quindi non abbiamo basi per sostenere che un taglio dei parlamentari rappresenti un pericolo per la democrazia;
  • evidenze empiriche mostrano che, oltre ai costi, mantenere questo eccesso di parlamentari produce burocrazia, ingerenza dello Stato nell’economia, corruzione, minore efficacia del processo legislativo.

Per questi motivi ho deciso di votare sì.»

Ok, quindi ricapitolando:

  • la teoria di una (una!) ricerca portata dal sig. Piunno “dice” che per il sistema parlamentare del nostro paese, testando noi sul modello predefinito piuttosto che analizzando il nostro modello peculiare, abbiamo «il maggior eccesso di parlamentari al mondo».
  • ci sono motivi per credere che il nostro Paese sia diverso dagli altri, e aggiungerei che ogni paese è diverso dagli altri, quindi un taglio dei parlamentari non lo si può fare per puro spirito di imitazione degli altri (che possono pure star sbagliando, tra l’altro).
  • evidenze empiriche mostrano che il sig. Piunno spinge la sua dimostrazione a ritroso a forza di “sembra”, di esperienze personali e dei suoi 19 cugini, senza le lamentate «evidenze oggettive, analisi scientifiche, dati numerici» che ci prometteva, trafugando sotto il nostro naso ogni possibile fesseria e spacciando questa brodaglia per ragionamento “razionale”.

Meno male che all’inizio si è voluto mostrare noncurante, quasi come se facesse questa meraviglia di articolo per «fare il suo dovere da cittadino», che naturalmente è quello di informarsi e di parlare di quello che sa.

«Questo non significa che io pensi che questo referendum sia ottimale. Personalmente, credo che sarebbe stata meglio una riforma organica, che non si limitasse ad agire solamente sul numero dei parlamentari».

Per la prima volta, siamo d’accordo. Dulcis in fundo.

Eh sì, siamo finalmente giunti alla conclusione del nostro viaggio. Come si sa, alla fine di ogni favola c’è la morale. Ma il signor Piunno ci ha abituati bene, quindi ce ne da tre:

 «Tuttavia, nella mia esperienza di manager ho imparato diverse cose:

  • l’ottimo è nemico del bene e, se intanto abbiamo la possibilità di ottenere un risultato parziale, meglio un uovo oggi che una gallina domani
  • cambiare qualcosa è un ottimo modo per innescare il cambiamento di qualcos’altro
  • se non cambi mai niente, non cambierà mai niente!»

Queste “pillole di saggezza” sono inqualificabili, quindi mi limiterei soltanto ad osservare che nella prima in realtà ce ne sono due, e che la seconda e la terza sono in realtà la stessa cosa. Un applauso finale al signor Piunno.

Fonti

[1] https://medium.com/@simonepiunno/perch%C3%A9-voter%C3%B2-s%C3%AC-al-referendum-a733dc2b1ffa

[2] http://publications.ut-capitole.fr/2423/1/representatives.pdf

[3]https://www.researchgate.net/publication/317753126_More_politicians_more_corruption_evidence_from_Swedish_municipalities

Quando al coro si sostituisce il circo: i reverendi del Fatto Quotidiano

Non abbiamo soltanto a che fare con articoli che propugnano ragioni per il Sì, ma ci sono anche articoli che invece criticano le ragioni del No. Vediamo cosa ci propone il reverendo Paolo Farinella sul Fatto Quotidiano.

Il titolo è decisivo: «Chi vota No è in malafede, bugiardo o superficiale. O tutte e tre le cose»

Incuriositi, leggiamo nel primo paragrafo:

«Alcuni miei amici e amiche si meravigliano che io abbia deciso di votare risolutamente Sì al prossimo referendum costituzionale. Se anche fossi stato di avviso diverso, mi sarei convertito al Sì, dopo aver letto le finte ragioni di “quelli del No”, dal momento che molti, in tempi non sospetti [per ?], erano per una riforma esattamente identica [davvero identica ?] a questa, come l’eccelso Violante che era per il Sì alla cosiddetta “schiforma” Renzi-Boschi, o Zanda e la Finocchiaro che nel 2008 erano per un taglio esattamente come quello di oggi».

Abbiamo appurato che il nostro rev. Farinella è anch’egli abile con gli aggettivi, soltanto che non torna molto il fatto che egli voti sì ad un referendum identico alla “schiforma” Renzi-Boschi. Cosa la chiama schiforma se è uguale, e lo ripete due volte, a quella che si vota quest’anno?

«Premetto che molti di quelli che oggi dicono No fino all’altro ieri erano per il Sì al taglio dei parlamentari, anzi Renzi e la sua allegrotta scuderia piddina di allora erano per l’abolizione del Senato intero [non era identica ed esattamente come quella di oggi allora], valutato alla stessa stregua del Cnel e trasformato in dopolavoro-premio per fedeli sindaci e delegati regionali».

Il rev. Farinella ha cambiato idea, e ha deciso che non si tratta più di riforme uguali. Anzi, la allegrotta scuderia piddina ha persino tentato di abolire il Senato piuttosto che puramente tagliarne i membri senza alcun altro accorgimento qualitativo. Disgustosi.

Però ci ricordiamo che il reverendo ha qualificato le motivazioni del no come “finte”. Ce lo spiega meglio dopo:

«La mia sensazione di oggi è questa: la maggioranza di “quelli del No” o sono in malafede [diamine sì] o sono bugiardi [anche] o sono superficiali [pure] o sono tutte e tre questi atteggiamenti che esprimono il degrado cui è arrivata la democrazia. Totò diceva: “Vi sono le cose vere e le cose supposte, mettendo da parte le cose vere, le supposte dove le mettiamo?”. Non arrivo a tanto, ma sono persona seria e onesta, corretta [io invece no] e non mi servo del referendum per scalzare il governo in attesa del Messia-Mario (vedi il post di Pierfranco Pellizzetti sul fattoquotidiano.it) per gestire i miliardi che arrivano dall’Europa; non voto No perché non posso dire che “non voglio fare un favore ai 5S che hanno avuto l’iniziativa”. Non penso che avrei votato Sì se l’idea non fosse venuta da loro».

Quindi, al di là della citazione divertente di Totò, il rev. Farinella ci rimprovera malafede, menzogna e superficialità perché con il No si scalza il governo in favore di San Mario. Poi fa fare un triplo carpiato alla frittata con una tripla negazione nella frase, dicendo in sostanza che vota Sì perché vuole fare un favore ai 5S che hanno avuto l’iniziativa. Non male.

Dopo un paragrafetto incomprensibile, il rev. Farinella si apre a noi:

«“Quelli del No” non portano argomenti, ma affermazioni generiche, tipo “diminuire il numero del parlamentari significa diminuire la rappresentanza”, divenuto ormai un mantra noioso [a differenza degli aggettivi che usa il reverendo Farinella]. Essi a supporto fanno paragoni inconsistenti con gli altri Paesi europei, di cui prendono tutti in blocco, eletti e nominati, mentre per l’Italia prendono solo i 400 della Camera senza calcolare i 200 del Senato. Bell’affare, bella onestà. Ditelo apertamente che questa riforma, che anche voi volete, vi fa schifo solo perché è targata M5S e la vittoria (peraltro certa) del Sì rafforzerebbe il governo. Leggetevi il rapporto dell’Istituto Cattaneo che smonta il No pezzo per pezzo con dati scientifici e veri alla mano».

Quindi il rev. Farinella distrugge con fatti e logica questo noioso mantra della “rappresentanza”, riuscendo ad arrivare al “vero motivo” per cui noi vorremmo votare il No, ovvero la fine del governo del M5S. Impossibile, perché la vittoria del Sì è peraltro certa. Il reverendo Farinella non vuole convincerci di nulla, non serve, vuole soltanto smascherare quei farabutti che vogliono scalzare il M5S dal governo. Non che il Referendum faccia nulla di collaterale al rinsaldamento dei 5 Stelle. Egli comunque ci invita a leggere il rapporto dell’Istituto Cattaneo, su cui la redazione del FQ ha scritto un articolo. Tale articolo, in sostanza, motiva il taglio affermando che non siamo in linea con gli altri (lo saremmo con il taglio, seppur non contando «“senatori” che non svolgono funzioni di rappresentanza popolare e che hanno un ruolo del tutto marginale nel processo legislativo» all’estero, perché se no saremmo sotto a rappresentanza), che abbiamo il titolo di Parlamento più grande del mondo e che quindi dobbiamo sbolognare questo titolo il prima possibile a qualcun altro perché se no la gente se ne accorge e ci deride.

Avere tanti parlamentari e di conseguenza tanta rappresentanza (anche se sul parlamentarismo in generale Marx ha qualcosa da dire) è una vergogna piuttosto che un vanto per il reverendo Farinella. Non ci si è nemmeno sforzati di dimostrare a che diavolo debba servire tagliare i membri del parlamento, impresa accolta titanicamente dal sig. Piunno, ma semplicemente si è usata questa non-argomentazione del “non siamo come gli altri”. L’articolo sul rapporto dell’Istituto Cattaneo si limita infine ad allegare le conseguenze a livello partitico sugli schieramenti.

Tornando all’articolo principale, il reverendo ci ha correttamente indicato un articolo che ci ha smontati pezzo per pezzo con dati scientifici e veri alla mano. Ma allora come può qualcuno continuare a sostenere la posizione del No?

«Non posso pensare che “quelli del No” siano stupidi, quindi non mi resta che ipotizzare che sono prevenuti e incarogniti [tertium non datur]: non vogliono questo governo che “deve cadere”, ma non hanno il coraggio di dirlo apertamente. Questa è disonestà, se fosse vero. Domanda: il Parlamento attuale è rappresentativo? Di chi, se sono tutti nominati dai segretari e capibastone dei partiti? Di chi, se un terzo di tutto il Parlamento, cioè quelli che la riforma taglia, è assenteista cronico con percentuali bulgare e senza alcun incarico? Mi dite in nome di quale rappresentanza dobbiamo mantenere costoro? Mi dite come possono rappresentare qualcuno senatori e deputati che lavorano dal martedì pomeriggio al giovedì mattina? Costoro rappresentano solo gli sfaticati, i mantenuti e gli interessi di chi li ha scelti».

Il rev. Farinella si dà la zappa sui piedi, perché la riforma che sostiene con foga non cambia una virgola della situazione da lui descritta, ma si limita a cambiare il rapporto tra assenteisti cronici, sfaticati e mantenuti che rappresentano tot milioni di altri assenteisti cronici, sfaticati e mantenuti. Non si spinge a chiedersi quale sia il problema nella democrazia italiana, constata soltanto che il Parlamento fa schifo e quindi serve ridurlo, così da avere uno schifo più piccolo. Questa è una critica alla grandezza o alla natura del Parlamento? È una critica alla gente che ci entra nel Parlamento o a quanta ne entra? Il signor Farinella ha così tanta rabbia che nelle fessure del suo ragionamento si intravede qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo rispetto a quello che dichiara esplicitamente, che tratteremo alla fine.

«“Signori del No”, non riuscite proprio a pensare che questo taglio (che per me resta ancora simbolico, in quanto avrei mantenuto 150 deputati e 100 senatori, magari sfoltendo [già che ci siamo] anche le Regioni, le Città metropolitane e i Consigli comunali) sia stato approvato seguendo il rigoroso percorso costituzionale dell’articolo 138? Come fate a dire che è antiparlamentare, antidemocratico, antiruggine, antiforfora, anti-anti-anti-tutto, quando è stato approvato dal Parlamento – [che ironia] “signori del No”, dallo stesso Parlamento, di cui buona parte oggi è per il No?»

Il ragionamento sta diventando sempre più rabbioso, e lo si vede dal numero di anti- che il sig. Farinella riesce ad impilare davanti ad una sola parola (pure la forfora ha chiamato in causa). Riafferma la sua purezza morale, sostenendo che questo “No” è puramente simbolico (mica a sostegno del M5S, eh, Farinella?), e che lui sarebbe per portarci a 250 parlamentari perché così saremmo lo Stato con il Parlamento più piccolo al mondo e quindi avremmo vinto. Il ragionamento però si blocca davanti ad un paradosso, che giustamente è scaricato sul lettore: com’è possibile che un provvedimento anti-parlamentare sia stato approvato dal Parlamento? (Il signor Farinella non si ricorda molto dai libri di storia del Novecento). E, tra l’altro, ora è per la maggior parte contrario? Io non lo so, signor Farinella, lei ha qualche idea? Mi chiedo però quale sia la sua posizione riguardo il Parlamento, perché prima ci sputa dentro, poi lo innalza ad autorità che ha fatto passare, in rappresentanza della giusta volontà popolare, il Referendum per il taglio, e poi si blocca indeciso su quel “è tornato a dire No” dei farabutti e degli smidollati. Sarà colpa degli addormentati che avevano premuto il pulsante con la testa, probabilmente.

«Il Pd di Nicola Zingaretti chiede una legge elettorale “previa” in senso proporzionale, eppure ha votato in quarta lettura anch’esso questa antidemocratica riforma [che ironia]. Dov’è la logica? Deve essere sicuro della vittoria del Sì, perché, secondo logica, bisognerebbe aspettare l’esito del referendum per decidere quale legge mettere in piedi in funzione della rappresentatività. Se vince il Sì, è una cosa; se vince il No, è altra musica per i prossimi 150 anni [NB: la Repubblica esiste dal 1946, non dal 1861, se il riferimento era quello]».

Il signor Farinella pone dei quesiti di cui la risposta è ovvia: una fretta concreta non c’è, se vincesse il No si ha già la legge attuale e se vincesse il Sì si avrebbe ancora metà legislatura per compilarne una e approvarla.

«“Quelli del No” pensano la rappresentanza in termini localistici contravvenendo la stessa Costituzione che parla di “rappresentanza nazionale” per ogni singolo parlamentare: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” (art. 67). Come mai non hanno protestato, quando questa rappresentanza fu messa in discussione con le riforme degli obbrobri elettorali e le liste bloccate? Il Parlamento non dovrebbe avere, come Costituzione impone, una rappresentanza nazionale, lasciando quella territoriale alle Amministrazioni intermedie, come Regioni e Comuni? Cosa significa “senza vincolo di mandato”? O anche questa è una frase ad effetto? Il Parlamento dovrebbe avere un solo collegio nazionale per sottrarlo al servilismo verso i padroni dei partiti e dare dignità alla rappresentanza pura».

Stiamo ancora assistendo ad un blaterare contro e non ad un blaterare per. Anzi, ormai dopo tutta questa manfrina ci siamo resi conto che questo articolo è contro il No perché è a favore della gente del Sì e contraria a quella del No (quindi rientra nelle tifoserie citate dal signor Piunno all’inizio del suo saggio). Il problema è che a livello argomentativo per il Sì o il No al referendum questo scritto è una brodaglia ancora più insulsa di quella del sig. Piunno, perché Farinella attacca la gente del No perché vota in modo strumentale mentre lui stesso vota in modo strumentale per sostenere il suo partito preferito, rivelando una coerenza sotto zero, seppur coperta da una certa creatività espressiva. Lui stesso arranca scuse mezze accartocciate per coprire il fatto che sta solo tifando (non che ci sia nulla di male in sé, solo che è quello che sta condannando agli altri), e nel farlo non nasconde nemmeno quanto sia incazzato nei confronti del Parlamento stesso, al di là ora della polemica Sì/No, partito simpatico/antipatico.

Se c’è infatti qualcosa sul quale possiamo ragionare, è la situazione che correttamente il reverendo Farinella attacca: un lassismo, una scarsa serietà, una superficialità della politica. Non degli altri politici, ma di tutti. A causa della trasformazione della politica in comunicazione, è ovvio che nel passaggio dal fare al dire viene a mancare il substrato di azione e scappa anche qualche bugia. Quindi, la soluzione non è quella di ridurre la dimensione della politica: è cambiare la politica stessa.

 

1 Reply to “Al referendum, VOTA NO”

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