L’accademica caccia al russo

Una testimonianza diretta del meccanismo di discriminazione

-Compagno Emanuele P.

Alla notizia di giorni or sono, secondo cui presso l’Università Bicocca di Milano sarebbe stata cancellata una conferenza sulla letteratura di Dostoevskij tenuta dal professor Paolo Nori, molte coscienze hanno giustamente subito un sussulto. E subito, mentre lo scandalo dilagava nel paese, la rettrice dell’università meneghina ha prontamente risolto il problema annunciando come si fosse appianato tutto e che la conferenza si sarebbe tenuta come programmato.

Quindi, allarme rientrato? Probabilmente, e purtroppo, no. Presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, infatti, già da qualche giorno la parte in questo periodo maggioritaria della rappresentanza studentesca, fra cui la presidente e le vice-presidenti dell’Assemblea dei Rappresentanti degli Studenti, hanno inviato all’ateneo una richiesta di non permettere l’esposizione di una serie di mostre sulle arti russe negli spazi universitari. L’evento è stato organizzato dallo CSAR – Centro Studi sulle Arti della Russia, un’istituzione interna a Ca’ Foscari – presieduto dalla professoressa Silvia Burini, e le motivazioni afferite riguardano proprio i recenti eventi bellici che vedono Vladimir Putin comandare l’invasione dell’Ucraina, giacché lo CSAR riceve fondi dal ministero della cultura russo, come in realtà qualsiasi altra istituzione culturale che riguardi un paese o un’area geografica nello specifico. Nonostante i firmatari siano concordi nel ritenere come l’arte e la cultura siano e debbano essere superiori al confronto politico, i rappresentanti di studi umanistici DSU e di filosofia e beni culturali DFBC ritengono che l’esposizione dell’arte russa nell’attuale contesto bellico e propagandistico non sia opportuno.

Tuttavia, approfondire la conoscenza dell’arte e della cultura è doveroso in un’università, che quindi, come dice il nome stesso dell’istituzione, deve abbracciare una visione d’insieme e organica che vada al di là delle emozioni sul momento e della russofobia in questo caso. L’arte, lo studio e una maggiore conoscenza sono esattamente quello che della Russia si deve promuovere: serve andare oltre all’idea che la Russia sia solo Putin e l’oligarchia dietro di lui, ma sono le migliaia di persone arrestate sia per la pace, sia quelle contro di lui, e milioni di cuori vivi e vissuti. I russi non hanno colpe di questa guerra. Bisogna vedere la questione con sguardo lucido, senza passioni momentanee che additano tutto ciò che è bianco-blu-rosso come “nemico”, e quindi da cancellare ipso facto. Indubbiamente, è pericoloso se questo avvenisse in un’università, e per questo l’annuncio della Bicocca ha sollevato un simile e giustificabile polverone. Da tener presente poi è che Ca’ Foscari si è schierata a favore della pace in Ucraina, non a favore dello Stato Ucraino, come si legge dal comunicato della rettrice Lippiello. Di conseguenza, porsi a favore della pace in Ucraina in quale modo dovrebbe prescindere dal dovere di promuovere un lavoro scientifico e sempre valido che non si fermi alla propaganda da due soldi alla noi-contro-loro?

Inoltre, riguardo i finanziamenti dello CSAR e i legami della professoressa Burini col ministero della cultura russo, è sempre da tenere a mente che gli istituti culturali necessitano di finanziamenti dai paesi di cui si occupano, perché tutti fungono indirettamente anche da ripetitori politici nella misura in cui diffondono un lato ovviamente utile al soft power, allora a Ca’ Foscari si dovrebbero chiudere anche l’Istituto Confucio, fermare le collaborazioni con l’Istituto Re Sejong per le certificazioni linguistiche? A Venezia la risposta alla guerra non è fermare i lavori dello CSAR e buttare al vento l’enorme lavoro organizzativo che sta dietro all’apertura di mostre importanti presso l’ateneo veneziano, ma renderli ancora più pubblicizzati e coinvolgere ancora più studenti e cittadini, perché anche i non addetti ai lavori possano conoscere una Russia diversa da quella delle bombe e dei chilometrici tavoli negli ambienti freddi del Cremlino.

Da ultimo, il messaggio che filtra attraverso il comunicato – tra l’altro non unanime, siccome la minoranza nell’ARS afferente al sindacato Unione degli Universitari di cui lo scrivente e altri rappresentanti non lo hanno sottoscritto – minerebbe il lavoro di ricerca e studio dei dipartimenti più soggetti alle collaborazioni internazionali, come quelli di studi linguistici comparati DSLCC e soprattutto quello di studi sull’Asia e sull’Africa mediterranea DSAAM, dove tema di studio sono paesi notoriamente refrattari alle istituzioni liberaldemocratiche presenti in Europa, dall’area araba, all’Asia centrale, meridionale, fino alle culture dell’Asia orientale. Il lavoro e lo studio culturale non può dunque essere limitato per motivi politici, né essere soggetto a simpatie più o meno marcate verso una determinata politica rispetto a un’altra, di un governo rispetto a un altro, bensì la cultura, la conoscenza e la loro diffusione possono permettere di valicare i confini oggi così insanguinati, e in questo sta il loro valore più prezioso.

postfazione

-Compagno Elia P.

L’identificazione a capro espiatorio di una categoria qualificata senza l’ausilio di discriminanti oggettive – che non siano l’appartenenza generale ad un gruppo linguistico, ancor prima che ad un’identità culturale omogenea – è in buona sostanza una delle mode che le istituzioni dello stato moderno vanno a supportare nelle pratiche più decentrate ed adombrate della società.

Di tali pratiche ne abbiamo una variabile sedimentazione di testimonianze, tra cui molto recenti (vedasi il caso dei cittadini cinesi e dei casi di violenza avvenuti nel primo periodo del Covid verso le comunità orientali di Prato e Roma) e delle quali si può andar a presumere la funzione ri-canalizzante e depotenziante delle aspettative proprie dei gruppi sociali più massacrati a livello sociale, nel caso specifico attuale, massacrati da un conflitto regionale tra capitali quale quello ucraino, che va a scontare la propria esistenza sul potere d’acquisto dei risparmiatori più vulnerabili.

Riuscire a marginalizzare una comunità di individui – considerandola come esterna ad una rete di significati sociali comuni e di pratiche di vita determinate – va a sviluppare l’esigenza di esaurire la coesione dei network sociali nel luogo del conflitto immanente – la proprietà e l’analisi dei rapporti – per ricostituirli in una narrazione che rende in maniera unilaterale e mitica l’identità e l’alterità avversario da marginalizzare. Narrazione questa che si esprime nei comportamenti istituzionali esasperati e paranoici – se non direttamente autistici nella loro possibile accettazione da parte dei corpi burocratici e parastatali.

Come per ampi settori dei movimenti che vanno a personificare le pratiche di eliminazione dei lasciti culturali di altri gruppi, le modalità con cui si articolano questi strategie sono diverse per quanto è diversa la gestione delle decisioni nell’architettura dei gruppi sociali, dei luoghi in cui approntare le funzioni coercitive e degli strumenti da queste necessitate; l’elemento comune di tali strategie, anche nella diversità della posizione di potere, è il fine e la prospettiva con cui certe pratiche vanno a discriminare determinate identità. Invece di andare a sviluppare una critica immanente ai rapporti nel diagramma delle forze, cercando di comprendere le cause materiali delle dinamiche di potere, si vuol portare ad una nullificazione del sistema di significati di un determinato gruppo, dominante o subalterno, maggioritario o minoritario che sia, presupponendo che un sistema di segni possa esser decontestualizzato dalla propria origine, dal proprio tempo e possa essere denotato come referente di un soggetto sociale completamente ridotto alla sfera dell’attualità o, d’altra parte, completamente identificato come espressione di una sfera di potere precisa. 

Così come sta avvenendo per la cultura russa in diversi dispositivi culturali occidentali, ove dal Dostoevskij all’ operistica viene posto il discrimine politico, ed assieme a questo il relativo stigma, ovvero l’identificazione automatica tra un sistema culturale articolato nei secoli, il network sociale eterogeneo che questo va ad organizzare negli elementi comuni e l’uomo, il gruppo o la caratteristica – Putin allo stato attuale – che rappresenta in un determinato campo formale – il riconoscimento del diritto internazionale – quello spazio che diede nei secoli la possibilità di sviluppo, modificazione e sedimentazione del sistema culturale .

La stigmatizzazione non si costituisce mai inizialmente come un’azione omogenea e centralizzata, bensì come insieme di pratiche decentrate che cercano consenso generale e tentano di evitare in qualsiasi modo l’identificazione tra artefice ed esecutore di queste, in modo da cautelare il primo da qualsiasi impianto accusatorio nel caso queste non siano suffragate universalmente, disimpegnandolo e riducendolo a concorrente morale nella giustificazione della loro attuazione. Colpire la memoria ed il codice comune al gruppo che si vuole utilizzare come capro espiatorio e distrazione dall’analisi oggettiva è il primo passo per sondare la reazione dell’opinione pubblica a tali pratiche, e retroagisce su un immaginario collettivo ben esplicitato: essendo qualsiasi articolazione culturale uno strumento con cui un determinato soggetto – sociale ed individuale – interagisce col mondo, costituendo un campo di senso artificiale, togliere questa specifica rete di significati e privare l’usufrutto di dispositivi che garantiscono la loro memorizzazione in un contesto più ampio vorrebbe dire tarpare le ali a qualsiasi attività di spazializzazione che un gruppo sociale ha nel mondo. Sarebbe, detta in termini poveri, l’equivalente di tarpare a questo le ali, cavargli gli occhi, eliminarne l’ambiente linguistico, bruciargli le terminazioni nervose.

Invece di implementare, criticare, riscrivere un sistema senza sovrascriverlo, si preferisce eliminare. almeno in maniera locale e sperimentale, i propri spazi di manifestazione. E questo nuovo immaginario collettivo che potrebbe giustificare tale strategia si fa ancor più convinto della necessità di questa quando al sistema di significati si affibbia la loro proiezione nel campo di esercizio del potere e gli si accosta una valutazione morale di questo esercizio, in particolare se in tale esercizio vi sono soggetti appartenenti al gruppo sociale da marginalizzare che hanno effettivamente agito in maniera biasimabile e criminale: la limitazione del campo di cognizione del soggetto sociale da marginalizzare diventa necessaria perchè a quel soggetto gli viene associato il termine improprio di infiltrato, di spia.

E’ la metafora del nemico ci ascolta  (manifesto bellico statunitense sullo spionaggio giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale ndr.): bisogna togliergli tale capacità di ascolto, anche se il nemico non lo si vuole realmente qualificare: una mancata qualificazione e differenziazione tra un determinato gruppo connivente negli interessi (quale la classe dirigente russa), un gruppo linguistico culturale esteso con un lascito culturale immenso che sta inaugurando un nuovo clima di guerra fredda. 

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