Meloni-chan e il linguaggio della politica-spettacolo

Negli ultimi giorni si è sollevata, da ambienti delle più disparate confessioni politiche, una serie di critiche sterili alla partecipazione attiva di Giorgia Meloni – leader di Fratelli d’Italia – al Romics, la fiera del fumetto (degli anime, dei videogiochi e del fantasy lor correlato) romana. Le critiche, ovviamente, sono soprattutto al messaggio e al contenuto delle foto da lei pubblicate su Facebook ove si vede il coinvolgimento e l’interesse della politica romana in attività non troppo di nicchia di impiego del tempo libero.

Ad ogni modo, l’episodio in particolare è interessante perché è il culmine evidente di una graduale trasformazione dei partiti al pubblico, in cui si rimarca gradualmente un “avvicinamento” linguistico degli esponenti politici dei vari partiti al popolo, o almeno è questa l’intenzione dei tecnici della comunicazione dietro alla propaganda. Questo ha una rilevanza importante per l’epoca attuale, in cui conta di più la presenza e i volti dei leader invece delle filosofie, ideologie o almeno istanze che i partiti portano avanti. I partiti sono quindi dietro la loro guida, espressione del leader. Se venticinque anni fa non si avrebbe mai pensato di vedere i colleghi di Ciriaco de Mita al Romics, ora invece assistiamo a diversi modi di comunicare, via via una serie di tentativi di “avvicinamento” o di voler far identificare certi strati della popolazione con le istanze proposte, o, negli ultimi tempi, con le guide dei vari partiti.

Rapidamente, si vede come per mezzo dei toni e delle tecniche comunicative si è passati dal linguaggio forbito e argomentativo dei politici in giacca-e-cravatta della Prima Repubblica – complice anche la volontà di trasmettere un’idea di politici come primi non necessariamente inter pares – alla famigerata «discesa in campo» di Berlusconi, sulle ali di una nuova retorica in un’epoca liberista dell’uomo-fatto-da-sé, comunque con un linguaggio moderatamente argomentativo. In Berlusconi, però, si avvisa un primo uso degli slogan come dogmi ideologici personali per accedere alla mente di molti italiani, stufi di votare il Pentapartito o il PCI senza apparente alternativa. Egli darà il primo passo – complici le televisioni – per una resa pubblicitaria della politica, salda nel suo bipolarismo post-sovietico, che dipinge concettualmente gli elettori come consumatori.

«Vaffaday», e il bipolarismo muore infilzato da un cuneo giallo-5stelle in parlamento. E i toni acquistano il colorito delle ingiurie, gli slogan decadono sotto la potente efficacia della parolaccia, che irrompe in una politica di scherma infinita tra centrodestra e centrosinistra. Il messaggio qui è: «io sono voi, sono iroso e arrabbiato come voi di una politica poltronista e corrotta» e passa forte e chiaro. Ma nel frattempo ecco le grida delle Leopolde del PD, lo scontro intero tra le metafore quotidiane da “vicino di casa” di Bersani e l’esuberanza giovanile rottamatrice di Renzi, altri slogan. In questo senso, Salvini non è nulla di nuovo, solo slogan più forti, pubblicizzati meglio sulla rete di un PD mummificato e un M5S istituzionalizzato.

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In questo, la Meloni è l’ultima – temporalmente – di una carrellata nella politica da mercato. Il bisogno di affascinare, sorprendere coi colori e con nuvole di parole evocative, per le varie burocrazie di partito è un bisogno necessario e impellente, a cui si deve la loro stessa esistenza. Per di più, pensare che ci siano degli strati fissi di popolazione a cui lo slogan e la campagna elettorale permanente ha successo, è il fallimento dichiarato della politica della democrazia rappresentativa, ovvero la gestione della cosa pubblica con l’elezione di rappresentanti del popolo. Ma ormai, i sedicenti rappresentanti non sono null’altro che flaconi di istanze tutte sommariamente uguali, e il mercato della politica funziona oggi con una massiccia dose di merchandising di slogan per la massima diffusione possibile. La gestione della vita di tutti è diventata appannaggio di mode e di consumi, e ciò chiaramente inficia la stessa base teorica della rappresentatività, ovvero che il popolo, composto di persone più o meno coscienti e aventi un’opinione politica, vada a votare quel partito che considera lo rappresenti. Con gli appelli a votare PD per evitare un avanzamento della Lega, tutto questo castello barocco crolla, mentre la stessa “opinione”, divenuta figlia di una preferenza passiva, pubblicitaria e consumatrice, cessa di esistere come entità motrice della vita politica del Paese.

Considerando inoltre che l’astensionismo è di oltre un quarto degli aventi diritto al voto, e che è tendenzialmente in ascesa, lo slogan chiaramente non basta più. In una politica degna di questo nome.

— Compagno Emanuele

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