La dopamina come totalitarismo consumista

— Riccardo

Più o meno tutti, nel corso della nostra vita, abbiamo sentito nominare la dopamina. Ma per essere chiari, che cosa è precisamente? Per dare una definizione semplice e coincisa, la dopamina è una molecola biologica, conosciuta anche come “l’ormone del piacere”, che è responsabile del senso di felicità e appagamento che giunge nel momento in cui vengono compiute azioni che il nostro cervello considera come importanti, una sorta di “meccanismo di ricompensa” biologico che ci spinge a ripetere la stessa azione più volte. La dopamina è stimolata da azioni di tipo evoluzionistico ed autoconservativo; come bere, mangiare, riprodursi; oppure azioni culturalmente apprese durante la vita di tipo prettamente sociale, come ascoltare musica, socializzare, guardare la tv ed anche consumare droghe o alcool.

Come ben testimoniabile dalle dipendenze da droga ed alcool, la dopamina è una molecola tanto importante per la perpetuazione della specie quanto pericolosa per il singolo individuo. La sua presenza è fondamentale nel garantire l’evoluzione umana, ma allo stesso tempo questa può danneggiare la persona se prodotta in quantità eccessiva oppure dall’azione “sbagliata”. Difatti, non solo le dipendenze sono causate dalla dopamina: anche problemi come l’obesità, l’ipersessualità e molti altri danni alla sfera sociale ed umana rientrano in questi orizzonti. Per chiarezza, la dopamina non è la causa di tutti i mali, è solo la causa biologica e la spiegazione scientifica. La vera causa, la vera “colpa” va ricercata sotto un punto di vista sociale ed economico, e per precisione nel capitalismo stesso. Come Mark Fisher ha brillantemente messo in luce, il realismo capitalista nel tempo ha efficacemente instillato nell’intera società la convinzione che il malessere, mentale o fisico, dipenda da cause unicamente individuali o fuori dal controllo umano. La cosiddetta “privatizzazione della malattia” è la modalità con cui la società si deresponsabilizza dei danni che crea ai suoi stessi componenti.

La radice di tutti i mali è riscontrabile nella fatale evoluzione del capitalismo, che da pochi decenni è entrato a far parte di una nuova epoca, quella globalizzata, quella che il sociologo Zygmunt Bauman chiama modernità liquida, o comunemente conosciuta come post modernità. In questa nuova fase il principio fondante del capitalismo, l’intrinseca caratteristica che lo muove, ovvero l’aumento sfrenato della produzione, della vendita e del profitto, ha trovato nuovi ricchi mezzi per espandersi aggressivamente. Da una parte il crollo del Blocco Orientale e la nascita della globalizzazione ha permesso ai mercati di radicarsi su terreni nuovi, dall’altra la diffusione capillare di nuove tecnologie, mezzi di comunicazione e tecniche di marketing ha facilitato l’imposizione sempre più vorace del consumismo sfrenato.

Le nuove strategie di mercato puntano infatti tutta la loro forza persuasiva nello stimolo continuo ed esasperato della dopamina, che porta l’individuo ad assumere come stile di vita la frenetica ricerca del consumo atta ad alimentare questa mostruosa ed insaziabile macchina produttiva. Alla società dei consumi non importa se il consumo stesso può danneggiare l’uomo, in quanto mediamente nulla che viene promosso è dannoso di per sé. Ciò che è dannoso è l’uso ripetuto e patologico di un bene, che a lungo andare può colpire direttamente o indirettamente il consumatore stesso.

Per fare un esempio, il fast food è uno di quei prodotti che, assunto singolarmente, non causa nessun danno. Tuttavia, se assunto in maniera continuata questo può risultare insalubre, creare una situazione di obesità o alterare uno stile di vita. Se qualcuno riscontrasse questi problemi, allora la causa sarebbe collettivamente percepita come responsabilità del singolo, che non “si è saputo limitare”. Poco importa se il fast food ha chimicamente indotto una dipendenza, stimolato il consumatore a farsi del male o adottato una cinica e inumana persuasione mediatica. In sostanza, qualsiasi danno la società dei consumi arrechi, la colpa sarà sempre percepita come individuale, mentre il capitalismo sarà sempre deresponsabilizzato di ogni male.

Questa concezione collettiva è frutto di una distorta e fittizia idea di libertà, in cui l’uomo sarebbe libero di agire, di pensare e di creare sé stesso. La verità è che questa libertà è direttamente promossa ed integrale al totalitarismo consumista, che lascia credere al consumatore di avere scelta e di potersi opporre al mercato quando vuole, ma in realtà ne è totalmente dipendente, assuefatto e succube. Girando su internet, non è difficile trovare decine di video riguardanti il dopamine detox, ovvero “disintossicazione dalla dopamina” intesa come liberazione momentanea dall’eccessiva produzione dell’ormone. Sostanzialmente consiste nel cercare di limitare gli stimoli per un determinato periodo di tempo, che può essere di qualche giorno o settimana, al fine di prendere una breve pausa dagli eccessivi impulsi consumistici. Il detox non ha regole definite, ma generalmente si evita il consumo di cibo e bevande spazzatura, la musica, la televisione ed i social. Al di là dei benefici che il singolo può giovare da questa azione, appare chiaro come questa tecnica sia unicamente un metodo in mano al sistema per autoconservarsi e tutelare sé stesso, uno strumento integrato, previsto e funzionale che viene permesso ai consumatori per sfogare ed esaurire il proprio dissenso nei limiti di un campo circoscritto che non danneggia ne intimorisce il consumismo.

Lo scopo principale sta proprio nel mantenere la protesta in una forma privata, per evitare che quest’azione di “disobbedienza programmata” diventi un mezzo di uso collettivo, così che l’individuo rimanga ingabbiato nel paradigma della società del consumo. Rimane altresì evidente il fatto che questa azione di dissenso sia percorribile soltanto per un tempo limitato: essendo nati e cresciuti nella società dei consumi abbiamo assimilato, quasi come un riflesso involontario, il consumo come assioma e la soddisfazione del piacere istantaneo come stile di vita. Per noi è impossibile pensare di poter vivere fuori dal totalitarismo consumista, o almeno farlo per più di un tempo ristretto, perché non conosciamo, né forse abbiamo voglia di conoscere, un’alternativa o un distacco da questo.

Ed anche ammettendo che ci sia una volontà in tal senso, la diretta conseguenza dell’emancipazione dal consumismo sarebbe l’alienazione dalla società stessa, dai rapporti personali, dal lavoro, dallo svago. Limitare al minimo il consumo si traduce dunque nell’isolamento forzato e nell’abbandono di ogni prospettiva futura perché proprio su quel consumo la società postmoderna ha basato ogni suo aspetto. Tutto questo, unito al fatto che la macchina produttiva ha plasmato culturalmente i nostri bisogni per adeguarli ai prodotti della sua stessa produzione, rende l’uomo soddisfatto del suo stile di vita consumista, a cui, seppur disobbedendogli sporadicamente, non vuole rinunciare.

In tal senso tuonano come una previsione terribilmente realistica le parole di Aldous Huxley, che nella prefazione a Il mondo nuovo del 1946 scrive:

Non c’è naturalmente alcun motivo per cui i nuovi totalitarismi debbano somigliare a quelli vecchi. Il governo dei manganelli e dei plotoni d’esecuzione… …è palesemente inefficiente… …Uno Stato totalitario davvero efficiente sarebbe quello in cui l’onnipotente potere esecutivo dei capi politici ed il loro corpo manageriale controllano una popolazione di schiavi che non devono essere costretti ad esserlo con la forza perché amano la loro schiavitù.

Trovare una soluzione per la situazione in cui ci troviamo intrappolati non è un compito né facile né probabilmente vicino a compimento. Quello che si può dire è che l’isolamento, la rassegnazione e la privatizzazione del malessere sono le più grandi vittorie che il capitalismo può prendersi sull’individuo. Evitando inutili formalismi retorici, è comunque chiaro che ogni battaglia che si pretende di combattere contro l’attuale sistema non può che essere una battaglia comunitaria e collettiva. Per raggiungere questo è inevitabile un processo di informazione e controinformazione per sensibilizzare sull’argomento ed indirizzare il dissenso nella direzione più adeguata. Sempre sulla stessa linea d’onda, occorre anche condurre la “socializzazione” del malessere fisico e psicologico: partire dal male individuale per trovare delle cause sociali e sistemiche, una spiegazione comune che permetta di opporsi al tacito e duro invito del capitalismo a nascondere i propri mali e consenta di collettivizzare le problematiche comuni. Anche da un lato puramente relazionare è necessario, in un momento in cui l’ego personale è idolatrato e incentivato, ricreare un senso di fratellanza, comunanza e vicinanza tra le persone; il bene comune deve riconquistarsi con i pugni e con i denti lo spazio che gli è stato sottratto dall’individualizzazione forzata. Queste non sono delle soluzioni, sono alcuni dei presupposti che possono portare, almeno in parte, ad elaborare e concepire in futuro delle soluzioni per il superamento dell’attuale sistema.

Nell’era della precarietà e dell’incertezza, l’unica ancora può essere il senso comune.

 

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