Genesi dell’individuo nella società

«l’uomo è per natura un animale sociale»

Chi non può entrare a far parte di una comunità, chi non ha bisogno di nulla, bastando a se stesso, non è parte di una città, è di conseguenza o bestia, o dio.

Aristotele, Politica e Costituzione di Atene

Noi e loro

e dopotutto siamo solo uomini comuni

Io e tu

Dio solo sa che non è ciò che non avremmo scelto di fare.

Pink Floyd, The Dark Side of the Moon

In principio era il «Noi», il «Noi» era presso gli uomini e il «Noi» predominava sull’«Io».

Vi era un tempo nel quale gli uomini, più di tuti i lavoratori, erano uniti dalla componente principale della loro vita: la collettività; la causa primaria che permetteva coesione era la profonda convinzione che l’emancipazione fosse un atto che non avrebbe mai potuto avere luogo mediante l’azione individuale, bensì collettiva.

Suddetta idea, che attualmente a tratti appare così surreale e remota, è una delle questioni che la letteratura e la filosofia hanno sviscerato più meticolosamente attraverso i millenni. Eppure, poiché si manifesta l’incapacità della società moderna di riflettere entro questi termini, quasi non colpisce la nostra attenzione.

Sfogliando le pagine di un comune libro di filosofia, risulta alquanto raro imbattersi in un filosofo greco che sostenga un ragionamento di carattere individualistico; la stessa filosofia aristotelica ritiene che l’individuo non sia in grado di bastare a se stesso, non solo nella misura in cui si rivela incapace di provvedere autonomamente per se stesso, ma anche nella misura in cui non è in grado di giungere da solo alla virtù; la conquista di quest’ultima si configura dunque come azione collettiva. Posto che secondo la filosofia classica verità e falsità sono le due condizioni inscindibili dell’Essere, di ciò che è Reale, la Ragione si prefigura dunque come facoltà atta a discernere il vero dal falso; dal momento che la logica, o discorso sul vero (definizione di Nicola Abbagnano e Giovanni Fornero) è vincolata a dissolvere ciò che realmente è da ciò che appare, la Verità assume la fisionomia di un valore. Poiché il Non-Essere si presenta nel suo contenuto distruttivo come minaccia per l’Essere, la lotta per la Verità è una lotta di carattere sia epistemologico, sia etico. Questa rappresenta dunque il fine ultimo dell’umanità nella sua stessa totalità.

Contrariamente a quanto ordinariamente si pensa, Eraclito non fu un misantropo, conservava anch’egli un’ultima speranza nell’emancipazione umana, declamata nell’aforisma che recita: «Ad ogni uomo è concesso conoscere se stesso ed essere saggio»; lo stesso Platone, sprezzante quanto Eraclito nei confronti della democrazia, scrive nel Menone: «Tutti quanti gli uomini sono buoni nella stessa maniera: infatti, diventano buoni, venendo in possesso delle medesime cose». Pertanto, risulta quasi impossibile riscontrare un pensiero filosofico che non abbia fiducia nell’affermazione umana.

Altrettanto interessante è osservare come la messa in scena delle tragedie negli agoni tragici del V secolo a.C. coinvolgesse l’intera comunità: procedendo con questo ragionamento si può notare come Aristotele, nella Poetica, identifichi la catarsi come il fine ultimo della rappresentazione tragica, una sublimazione (o anche nobilitazione, a parere di alcuni critici) atta a purificare l’uomo dagli istinti più ferini e distruttivi, gli stessi che il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (1844-1900) avrebbe definito ne La nascita della tragedia come spirito dionisiaco.

È convinzione diffusa che il Purgatorio sia sempre esistito nella mente dei fedeli cristiani, sebbene la sua nascita costituisca il culmine di una serie di cambiamenti, che modificarono irrimediabilmente l’apparato di credenze e comportamenti degli uomini medioevali. L’antica opposizione fra due sfere antagonistiche, ricchi e poveri, padroni e sudditi, viene a sfumarsi con l’avvento di una classe sociale intermedia: la borghesia. Ebbene, gli individui iniziarono a persuadersi che potesse esistere per loro una possibilità di riscatto sociale. La distruzione del dualismo fra Paradiso e Inferno, e dunque la nascita del «terzo luogo» consentiva agli uomini di credere in una sospensione del giudizio; fu proprio Dante a conferire corpo materiale al Purgatorio, delineandone ogni singolo particolare con dovizia e contribuendo a diffondere l’idea di una possibilità di redenzione mediante un percorso spirituale, che avviene sempre in collettività, non a caso è la cantica che tratta più di tute il tema dell’amicizia. Ebbene il Purgatorio trova la sua ragion d’essere in una società fortemente comunitaria, in cui la questione della morte coinvolge una pluralità di rapporti a noi di difficile comprensione.

Il preludio di una società capitalista, e dunque intimamente individualista, viene segnato dall’evento della Rivoluzione scientifica, il quale si innesta su una serie di profonde trasformazioni che esigevano la presenza di un sapere pratico da applicare ai processi produttivi; per tale ragione uno dei primi intellettuali a percepire la fondamentale importanza di una matematizzazione, pertanto quantificazione, del sapere fu Renato Cartesio. Dai suoi scritti, emerge la singolare figura dello scienziato in aperto contrasto con la fisica qualitativa aristotelica, come se la tendenza imperante di quantificare, insita nel capitalismo stesso, affondi le sue radici nel razionalismo.

Cionondimeno, l’idea che sostiene il primato della ragione in primis come mezzo per giungere alla Verità e in secundis come strumento di progresso, culmina nell’Illuminismo. Quest’ultimo manifesta un legame inscindibile con la società borghese; inoltre, poiché il tratto caratterizzante dello spirito borghese è la volontà di dominio strumentale sulla natura, la causa che legittima l’esistenza di rapporti sociali di dominio sussiste nel rapporto borghese con la natura. Sarà la fabbrica di metà Ottocento con il suo lavoro ripetitivo e alienante, in cui l’operaio si presenta come misero ingranaggio in un sistema, che avvierà lo sviluppo di una società meramente individualistica

Ed oggi, in questa società impersonale e disumana, nella quale esistiamo nella veste di consumatori, nella quale il termine “collettività” appare esautorato di ogni importanza, nella quale siamo sempre più soli e sempre più incapaci di amare, che cosa può permettere l’emancipazione umana? Può l’emancipazione essere individuale se l’affermazione dell’uno non coincide con quella dei molti?

— Compagna Elisa

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