Burkett: l’ecologia nella teoria del valore di Marx

-Bollettino Culturale, sabato 12 marzo 2022

Prosegue la pubblicazione dei miei appunti sullo studio dell’ecosocialismo. Dopo Foster presento il pensiero Paul Burkett, altro esponente della scuola della Metabolic Rift. Nel suo libro “Marx And Nature: A Red Green Perspective” propone una lettura della teoria del valore di Marx estremamente utile per connettere la teoria marxiana alla questione ecologica. 

Per Burkett, lo “statuto” di una “Sociologia Ecologica” deve, in linea di principio, considerare il rapporto società-natura come un rapporto dialettico, senza sovrapposizione di una sfera sull’altra. Deve evitare una visione puramente “materialista”, a rischio di cadere nel determinismo tecnocentrico o in una concezione delle relazioni sociali come determinate naturalmente. D’altra parte, la riduzione della relazione a un costruzionismo sociale che sottolinea che la storia umana è unicamente sociale, induce anche a credere in una presunta “autonomia” e “controllo” dell’uomo sulla natura. La specificità dell’uomo, in relazione agli altri esseri, deriva dalla sua coscienza e dal suo desiderio, in modo che i valori che rivestono la natura siano il risultato della soggettività umana, socialmente costruita, priva di una realtà in sé. D’altra parte, i valori socialmente creati sono ispirati da una realtà naturale, di oggetti e forze, che sono governati da leggi inalterabili, cioè che non dipendono dall’esistenza umana per esistere. Secondo Burkett: “a combined social and material conception of people-nature relations is necessary to avoid the kind of technical and ethical dualism exhibited by mainstream environmentalism”1. L’idea predominante nel pensiero economico ecologico è quella di uno “sviluppo sostenibile”, il cui ideale potrebbe essere raggiunto dalla combinazione di “tecniche verdi” e cambiamenti nei valori e nei comportamenti degli individui, senza, tuttavia, la necessità di modificare le relazioni sociali e le condizioni di produzione. Per Burkett ciò conduce all’idea secondo cui: “ecological destruction is an inessential “external effect” of the dominant social relations of capitalism.”2

A suo avviso, è chiaro che qualsiasi cambiamento tecnico o individuale, che non alteri i rapporti sociali, non ha il potere di imporre un’autoriflessione sull’azione umana nella natura, né una “autotrasformazione” del soggetto nelle sue relazioni sociali. In tal modo, le radici di una conoscenza ecosociologica devono partire dall’analisi del modo di produzione e dell’appropriazione sociale del plusvalore, da cui è possibile trarre la conclusione che lo sviluppo della società dipende dallo sviluppo dei rapporti di produzione, in termini materiali e sociali: “as people-nature and people-people”.
Il plusvalore denota che è necessario produrre in eccesso per mantenere l’attuale livello di produzione, cioè più di quanto è necessario per il mantenimento delle condizioni della forza lavoro e dei mezzi di produzione che realizzano la produzione attuale. In quanto tale, la produzione capitalistica è naturalmente orientata al surplus. Tenendo presente che quella che viene concepita come una crisi ecologica implica necessariamente un’eccessiva produzione umana oltre ad un’eccessiva appropriazione della natura a scapito dei suoi limiti naturali e partendo dall’idea che il ruolo fondamentale della produzione sarebbe quello di mantenere l’esistenza umana, si può affermare che l’uso eccessivo e l’appropriazione della natura porteranno gradualmente a una crisi ecologica. In questo senso, la teoria marxiana è estremamente utile per un approccio analitico al problema ambientale, come proposto dall’ecologia sociale, dato che Marx sottolinea che il capitalismo produce uno specifico antagonismo nei confronti della natura che si manifesta in particolari forme di sottovalutazione delle condizioni naturali (svalutazione della natura), che è una delle contraddizioni contenute nell’analisi di Marx: la contraddizione tra valore d’uso e valore di scambio, contenuta nel primo volume del Capitale. In tal modo, l’Ecologia Sociale, o Sociologia Ecologica, si pone il compito di studiare il modo di produzione capitalistico e le sue forme di produzione come unità storicamente determinate, specifiche, intrise di una tensione costante tra ciò che viene prodotto e ciò che eccede la produzione, in termini di utilizzo della natura.
Una sociologia ecologica deve partire da un approccio olistico, contenendo al suo interno uno spazio per approcci differenziati (per unità differenziate e forme storicamente distinte) e relazionali (totalizzanti). Sebbene un approccio basato sulle “totalità” sia un prerequisito per comprendere le condizioni ei limiti totali del sistema produttivo, in senso materialistico, la differenziazione è necessaria per comprendere le dinamiche del rapporto tra società e natura. Questa dinamica è modellata dalla varietà di forme e congiunture dei diversi gruppi particolari nei loro rapporti con la natura, in base alla loro specificità locale e relazionale, e al modo in cui il sistema produttivo è organizzato socialmente. Pertanto, Burkett afferma che:

in short, differentiated people-nature relations—and any attendant conflicts among social groups—involve different social and material positions within the structure of human production and are not simply determined by the material variety of nature itself.3

Riconoscere le diversità interne e le disuguaglianze all’interno della produzione umana, sulla base dell’analisi di gruppi sociali storicamente determinati, è un mezzo per evitare generalizzazioni e attribuzioni teoriche eccessivamente ampie e speculative, rivolte a tutti i gruppi sociali, come una cultura ecologica universale. Vale la pena ricordare che i confini del rapporto società-natura e il contenuto delle relazioni sociali fanno parte di uno sguardo differenziato che dipende dalla posizione sociale di chi analizza. L’approccio particolareggiato al rapporto società-natura è uno dei modi per evitare l’eccessiva totalizzazione di queste trasformazioni, tuttavia, non dovrebbe implicare un rifiuto dell’olismo. In definitiva, un approccio olistico e relazionale è giustificato solo dalla necessità teorica di analizzare una coevoluzione variabile tra società e natura. Una visione olistica avrebbe la funzione, in questo senso, di abbattere le barriere tra le scienze sociali e le scienze naturali. Marx ha sempre ritenuto che le variazioni naturali e sociali del mondo materiale determinino la differenza delle forme economico-sociali del capitalismo, riconoscendo, quindi, che tali forme sociali rimangono come forme materiali, considerando che fanno parte del processo umano di produzione e soddisfazione dei propri bisogni materiali. In questo modo, l’olismo offre la possibilità di trattare le forze naturali e sociali come reciprocamente costituite, inserite all’interno dell’idea stessa di materialismo.

Possiamo ora comprendere come questa unità di economia e sociologia, di natura e di storia in Marx non significhi un’identità tra i termini. Non implica né una riduzione della società alla natura, né della natura alla società. Ma si può anche comprendere, d’altra parte, come l’evasione di queste due antitesi unilaterali di Marx sia dovuta proprio alla sua composizione organica, cioè alla sua unificazione in un “tutto”. Questo insieme è una totalità, ma una totalità determinata: è una sintesi di elementi distinti, è un’unità, ma un’unità di parti eterogenee.

Nella sua analisi Burkett sostiene che una sociologia ecologica deve dare uguale valore alle analisi quantitative e qualitative del rapporto tra natura e società. La capacità naturale di assorbire la produzione umana dalla natura dipenderà dalle qualità fisiche e dalle forme di vita che compongono un particolare ecosistema. A causa di questa diversità ecologica, anche l’impatto della produzione umana sulla natura è differenziato in base all’ecosistema. Le crisi ecologiche si generano, nel tempo e nello spazio, tra le diverse forme sociali e l’espansione della produzione umana da un lato e la variazione qualitativa, ei limiti quantitativi delle capacità della natura di assorbire questa appropriazione. Secondo Marx ed Engels la prima forma di rottura ecologica, generata dalla produzione umana, che è una produzione formata da antagonismi di classe, è stata la separazione tra città e campagna. Per Marx il capitalismo produce un’estrema separazione sociale tra i produttori dalle necessarie condizioni di produzione. Così questa separazione, campagna-città, è stata portata all’estremo nella sua analisi storica. L’analisi qualitativa e quantitativa delle forme di ricchezza prodotte dal capitalismo rivela che la merce, il denaro e il capitale hanno caratteristiche anti-ecologiche che derivano da una separazione dei lavoratori dalle necessarie condizioni di produzione. Secondo Burkett:

When combined with Capital’s treatment of the separation of town and country, Marx’s value analysis provides a framework for investigating the dual antagonism of capital accumulation toward nature and the needs of the human producers and their communities.4

Un altro aspetto importante è che lo sviluppo di una società con autocritica e capacità di autotrasformazione, in una transizione a forma di esistenza, e soprattutto di convivenza, tra società e natura, è in gran parte determinato da lotte di classe e miglioramenti nelle condizioni di vita dei lavoratori. Uno degli usi pedagogici dell’approccio marxiano deriva dalla nozione stessa di materialismo nella capacità di analizzare i rapporti di produzione e i rapporti sociali. Pertanto, uno dei modi in cui gli uomini si relazionano alle condizioni materiali è attraverso l’esperienza della lotta di classe e delle relazioni di classe all’interno del sistema produttivo. Questa prospettiva ha permesso a Karl Marx di percepire i legami tra la produzione umana in una prospettiva politica. Fu il primo a rendersi conto che lo sfruttamento del lavoro umano, nel modo di produzione capitalista, andava di pari passo con il degrado ambientale derivato dalla logica dell’accumulazione. In modo tale che sia possibile trovare un rapporto tra lotte di classe e movimenti a favore di una maggiore tutela dell’ambiente. Per comprendere il posto della natura nella teoria marxiana è necessario comprendere la sua concezione materialistica della storia. Pertanto, è necessario considerare sia l’approccio naturale che l’approccio sociale come elementi contenuti nel concetto stesso di materialismo. L’analisi della storia umana proposta da Marx può essere definita come la storia della produzione di ricchezza, considerando i valori d’uso come tutto ciò che soddisfa i bisogni umani. Nel Capitale Marx afferma che i valori d’uso costituiscono la sostanza di tutta la ricchezza, indipendentemente dalla forma sociale che assume questa ricchezza.

Il valore d’uso non comprende solo gli elementi necessari al mantenimento di base dell’esistenza umana, come cibo e vestiti, ma anche tutto ciò che soddisfa i bisogni culturali ed estetici dell’uomo. Nell’Ideologia tedesca, ponendo le premesse del materialismo storico, afferma che il primo atto storico della produzione umana è soddisfare questi bisogni fondamentali. Cioè, prima ancora dell’esistenza della coscienza o delle istituzioni sociali (tra queste la famiglia, che cita nel libro), il soddisfacimento dei bisogni primari di cibo, vestiti, tra gli altri, costituisce il primo periodo storico dell’esistenza. Nella sua argomentazione Marx chiarisce che sia la natura che il lavoro sono parti integranti della produzione di valore. Il lavoro crea valori d’uso perché implica necessariamente l’appropriazione della natura per gli interessi ei bisogni umani. Pertanto, il lavoro può produrre valore d’uso solo attraverso la trasformazione della natura. Ed è attraverso questo metabolismo tra uomo e natura, tra forza lavoro e condizione naturale, che all’interno del capitalismo si producono valore e ricchezza. Marx stesso afferma, all’interno del Capitale, che se il lavoro è il padre della storia umana, la madre è il pianeta, la natura. Quindi dobbiamo intendere il lavoro come un processo in cui l’uomo e la natura partecipano reciprocamente. Vale anche la pena notare che la forza lavoro stessa è il risultato della natura, sarebbe una natura oggettivata o la natura a partire da una coscienza viva, trattata da Marx come il potere naturale dell’uomo. È importante sottolineare questi punti, distanziarci dalle interpretazioni che sottolineano che il contributo della natura nel sistema teorico di Marx è costituito solo dalla sua sottomissione alla forza lavoro. A tal fine, lo stesso Marx afferma che il lavoro è una condizione naturale dell’esistenza umana, una condizione di scambio tra l’uomo e la natura che esiste indipendentemente dalle forme sociali che acquisisce. Pertanto, dobbiamo concludere che nell’analisi marxiana non vi è alcun riconoscimento decrescente del ruolo della natura nel quadro delle forze produttive. Questa è la prima condizione di analisi proposta da una Sociologia Ecologica.

D’altra parte, per comprendere il materialismo marxiano è necessario comprendere il rapporto tra la natura e le forme sociali della produzione umana. Nell’Ideologia tedesca, Marx afferma che per comprendere la storia umana è necessario distinguere il modo in cui gli uomini producono la propria esistenza dal modo in cui la producono le altre specie. Pertanto, Marx sottolinea che sia il lavoro che la produzione sono forme sociali storiche, processi sociali storicamente determinati. Quindi, in ogni caso, il lavoro assume una forma sociale. In effetti, Marx sottolinea che sia il lavoro che la produzione devono essere visti come processi della vita nella società. L’evidenziazione di questi punti ricorda due importanti questioni che distinguono la produzione umana da quella degli altri animali e cioè: il controllo sullo sfruttamento della natura che dovrebbe essere riconosciuto come controllo strumentale-razionale o controllo consapevole della natura. D’altra parte, da questo processo di razionalizzazione del lavoro, l’uomo sviluppa strumenti e li usa per soddisfare i suoi bisogni. Cioè, l’uomo sviluppa capacità ereditate dalle passate generazioni attraverso un processo di evoluzione storica, in modo che ogni generazione erediti la conoscenza della precedente. Questa caratteristica sociale del rapporto tra società e natura, nell’ambito dei mezzi di produzione dell’esistenza, fa capire che il modo in cui l’uomo si rapporta alla natura è anche storicamente determinato. Nonostante questa enfasi, Marx chiarisce che in questa concezione storico-sociale delle forze produttive non sminuisce l’importanza della natura all’interno della sua nozione di materialismo, come ci dice Burkett:

Insofar as human production is shaped by its social forms in general and its class relations in particular, its evolution cannot be treated as a purely natural process.The production relation between people and nature must be treated as a socially mediated natural relationship.5

Marx suggerisce che l’analisi delle forme sociali di produzione è la chiave per comprendere la distinzione tra il mondo naturale e la forma sociale che riceve attraverso il lavoro umano. A suo avviso, non è solo l’unità che esiste tra umanità e natura, o tra le condizioni inorganiche e le trasformazioni metaboliche originate nel rapporto di appropriazione della natura, a richiedere una spiegazione scientifica, ma, soprattutto, la separazione tra uomo e natura, tra esistenza sociale ed esistenza naturale, prodotta in questo processo storico. Nella sua spiegazione dell’emergere di un tale fenomeno Marx sottolinea che la separazione storica dei lavoratori dalle condizioni di produzione necessarie, l’uso di queste condizioni per la produzione di plusvalore e la loro appropriazione da parte delle classi che detengono i mezzi di produzione e che sfruttano la forza lavoro, è un fattore per iniziare a capire questa distinzione.

Nel modo di produzione capitalistico la produzione di ricchezza avviene attraverso rapporti determinati da valori di scambio. Anche la necessità di utilizzare beni il cui valore è solo d’uso, la loro acquisizione sarà possibile solo attraverso la loro trasformazione in merce. Pertanto, l’economia capitalista è un’economia eminentemente mercantile, cioè quella la cui produzione si realizza attraverso lo scambio di beni (valore di scambio). Ciò significa che gli individui possono riprodurre la propria forza lavoro solo attraverso l’acquisizione di beni. Ciò equivale a dire che la produzione capitalistica trova le condizioni necessarie per la sua esistenza, al suo interno, cioè all’interno del sistema produttivo stesso. Secondo Burkett:

A commodity economy thus precludes individuals (or households) from reproducing themselves independently of the market nexus. This preclusion presupposes that both individually and collectively, the direct human producers lack access to some conditions required to produce necessary means of consumption outside the system of commodity production and exchange—that these necessary production conditions themselves take the form of commodities.6

Secondo l’autore, la dipendenza di questo modo di produzione dall’acquisizione di beni in condizioni d’uso, il cui valore è determinato dal sistema produttivo stesso, consiste in una contraddizione formale del modo di produzione capitalista stesso. Tuttavia, il punto cruciale da osservare, implicito in questa premessa, è che il modo di produzione capitalista presuppone la “separazione sociale” tra i produttori e le condizioni di produzione. I produttori potranno solo ottenere i valori d’uso necessari alla produzione, come salariati sotto il controllo di coloro che hanno acquistato la loro forza lavoro e, in tal modo, porsi come detentori dei mezzi di produzione. Questa condizione di “libertà”, che va intesa come il non collegamento dei produttori alle condizioni necessarie della produzione, è una condizione fondamentale per l’esistenza del capitalismo, come ci dice Marx nel Capitale. Questa “condizione di libertà” dei lavoratori, per Burkett, ha un duplice significato: i “lavoratori liberi” non sono parte integrante dei mezzi di produzione ei mezzi di produzione non appartengono a loro, ma ad altri; privati delle condizioni di produzione, avendo solo la propria forza lavoro ed essendo costretti a venderla come merce (bene di scambio). Solo in questo modo, attraverso l’universalizzazione del lavoro salariato, lo scambio mercantile funzionerà come una forma generale di relazioni capitaliste. L’esistenza di altre forme di produzione, come i lavoratori/produttori indipendenti, o la “produzione contadina” di sussistenza, parallelamente alla produzione capitalistica, non influirà su quest’ultima. La produzione autonoma è orientata all’uso proprio, con la commercializzazione solo delle eccedenze. D’altra parte, non c’è intenzione di accumulare denaro come fine a se stesso, caratteristica principale del capitalismo, che impedisce l’universalizzazione di tali modalità.

Nel Capitale, Marx afferma che l’espropriazione del produttore rurale, del contadino, della terra, è la base di tutto il processo mediante il quale grandi masse di uomini, improvvisamente e con violenza, vengono strappate ai loro mezzi di sussistenza e ridotte a “liberi” salariati scollegati dalle condizioni di produzione. Nei Grundrisse Marx, nella sua esposizione dei presupposti storici del capitalismo, sottolinea che la separazione del lavoro libero dalle condizioni oggettive della sua realizzazione, fondate sui mezzi di produzione, presuppone un processo storico in cui il lavoratore è separato dal suolo, cioè un processo in cui si dissolvono i legami sociali che pongono il lavoratore come proprietario della terra, che è la condizione naturale della produzione. In questo modo, il lavoro e la creazione di ricchezza sono separati dalle condizioni naturali. I mezzi di sussistenza originariamente forniti dalla natura, a titolo gratuito, ora si ottengono solo attraverso il “salario”, cioè attraverso la componente di capitale che acquista la forza lavoro. Ciò implica che la produzione capitalista non è limitata dai legami sociali tra i lavoratori e le condizioni naturali. Per Burkett:

Capitalist production is therefore not constrained by the kinds of social ties between the laborers and natural conditions characterizing precapitalist societies. The material use-value requirements of capitalist production, in particular, are unencumbered by the producers’ prior social ties to nature.The only particular use value absolutely required for capital accumulation is the use value of labor power, that is, the ability of human beings to expend surplus labor; without its appropriation of labor power’s use value, there would be no source of profit for capital as a whole.7

Espropriando il lavoratore dalla sua terra, rimuovendo i vecchi legami sociali con la natura, trasformando i vecchi valori d’uso in valori di scambio, promuovendo una “mercificazione dei valori sociali tradizionali” della campagna, il modo di produzione capitalista trasferisce le condizioni di produzione fuori da se stesso. Così, all’interno di questa ristrutturazione dei rapporti derivati dal modo di produzione materiale, la natura è vista dall’uomo come qualcosa di esterno al sistema produttivo stesso, cioè come una merce. Poiché non c’è contatto diretto tra i due, essendo la merce l’elemento di unificazione-totalizzazione – ripristino dell’unità perduta e intermediario del rapporto uomo-natura, l’esistenza di richieste e bisogni all’interno del modo di produzione capitalistico non sono più limitate dalle condizioni naturali, come nelle forme pre-capitalistiche, essendo il desiderio umano libero di avere altri “bisogni” da soddisfare. Da ciò deriva la tendenza del capitalismo a creare costantemente “nuovi bisogni”, il cui godimento e soddisfazione si ottengono sempre più in tempi brevi; così come la tendenza storica al passaggio del superfluo in necessario, attraverso la “naturalizzazione” di esigenze “superflue” o “artificiali”, ora inglobate come condizione dell’esistenza “naturale” (sociale). Inoltre, per la produzione di plusvalore, oltre allo sfruttamento del lavoro umano, il capitalismo richiede condizioni naturali utili al suo sviluppo. Pertanto, le condizioni naturali sono utili al capitalismo solo nella misura in cui servono come veicolo per lo sfruttamento del lavoro umano e per la sua realizzazione monetaria. Per Burkett, questo rende evidente una delle contraddizioni del capitalismo.

The tensions in the capital-nature relationship are already evident. On the one hand, capital requires living, physically functioning labor power and material conditions conducive to the embodiment of labor in need-satisfying products. Hence, like all forms of human wealth production, capitalist production is dependent on nature’s contribution to use value. On the other hand, capital requires nature only in the form of “separate” material conditions for its appropriation of labor power’s use value, not in the form of an organic social and material unity between the producers and their natural conditions of existence.This “separate” quality of natural conditions for capital corresponds to the social separation of the laborers from necessary conditions of their production, that is, to the fundamental class relation of capitalism.8

In questo modo, il capitalismo riduce i lavoratori e la natura a mere condizioni (sfruttate) per produrre denaro. Da questa doppia separazione si possono trarre due logiche conclusioni, ovvero: la “smaterializzazione” del rapporto tra uomo e natura, attraverso lo scioglimento dei tradizionali legami sociali che li uniscono direttamente, e la loro sostituzione con un rapporto che sarà socialmente mediato dal capitale; il continuo degrado della forza lavoro, e della natura, per i modi di produrre il surplus necessario alla realizzazione del plusvalore.

La separazione che si produce tra i lavoratori e le condizioni di produzione, o la separazione tra uomo e natura all’interno del sistema produttivo, costituisce il punto di partenza per lo sviluppo della teoria di Burkett. Nella sua concezione, dissolvendo i rapporti sociali (legami sociali) tra lavoro e natura, il modo di produzione capitalista produce una relativa autonomia, che consentirà uno sfruttamento molto più efficiente della natura. Per l’autore nelle forme di produzione precapitalistiche la produzione è direttamente vincolata dai legami sociali esistenti tra queste due sfere, mentre nel capitalismo questo rapporto si converte in un rapporto monetario, più precisamente mercantile. Inoltre, un altro effetto di questa separazione sociale è una presunta indipendenza assunta dal valore di scambio rispetto al valore d’uso. Nei Grundrisse, così come in Per la critica dell’economia politica, Marx ci dice che nel modo di produzione capitalista la sottomissione del valore d’uso al valore di scambio è un elemento fondamentale per comprendere la logica capitalistica dell’appropriazione della natura. Separato dalle condizioni naturali, all’interno della produzione, il contatto dell’uomo con la natura avverrà attraverso la sua forma-merce. In questo senso, i valori di scambio rappresentano socialmente il rapporto tra uomo e natura, sebbene il capitalismo debba essere inteso come un sistema in cui i rapporti umani si convertono in rapporti monetari e mercantili. Da questa separazione si strutturano le relazioni sociali dell’uomo con la natura, dove il primo inizia a considerarla non come qualcosa che porta un valore d’uso, qualcosa che le è intrinseco, ma un valore di scambio. L’esistenza del valore di scambio è il presupposto per l’esistenza di relazioni non solo mercantili, ma anche sociali all’interno del modo di produzione capitalistico. In ogni società in cui il valore di scambio predomina sul valore d’uso nella produzione materiale, il pluslavoro sarà limitato non dalle “condizioni ambientali” della produzione, ma dall’insieme dei desideri che dirigono una maggiore o minore portata del plusvalore.

La produzione capitalistica non è limitata da “bisogni predeterminati”, cioè direttamente legati al mantenimento dei legami sociali tra uomo e natura, anzi, essendo diretta oltre questi limiti uno degli effetti della sovrapposizione del valore di scambio sul valore d’uso risiede nella capacità del capitalismo di trasformare ciò che è superfluo in necessità. L’unico modo in cui i valori di scambio diventano l’oggetto del modo di produzione capitalista, piuttosto che i valori d’uso, è quando il primo viene prodotto in quantità molto maggiore di quella necessaria per il consumo. Da ciò concludiamo che l’intensità e la varietà dei desideri nel modo di produzione capitalista sono determinate dalla produzione. Per Burkett questo spiega la tendenza del modo di produzione capitalista, rispetto ad altre forme di produzione precapitalistiche, a portare a una “coazione” a svolgere sempre più lavoro in eccedenza, al di là del bisogno umano. Assumendo questa “separazione iniziale” dei lavoratori dalle condizioni di produzione, che saranno unificate solo attraverso l’intermediazione della merce, un altro punto importante sul rapporto natura-lavoro nel modo di produzione capitalista è il fatto che il plusvalore, nella teoria marxiana, appare come un plusprodotto, che sarà necessariamente investito per una sempre maggiore espansione della produzione. Ciò significa affermare che la separazione sociale prodotta dal capitalismo tende ad ampliarsi con il tempo e il controllo della produzione, oltre ad accelerare la divergenza tra uomo e natura. Secondo Burkett, questa divergenza rende impossibile intravedere qualsiasi percorso di convivenza tra la logica della produzione e la logica della natura.

However, it is just as important to investigate this divergence in terms of the connection between capitalist social relations and the material content of capitalist production.This connection is straightforward: based on its social separation of the human producers from necessary conditions of production including natural conditions, and its appropriation of the surplus product in the form of surplus value, capital is able to divide and rule over labor and nature because it determines the forms in which they are productively combined within and across individual production units according to the imperatives of exchange value and monetary profitability, not in line with any particular co-evolutionary path of human and extra-human nature.9

Un’altra caratteristica che dovrebbe essere evidenziata è la sottomissione della forza lavoro e della natura alla tecnologia, e la conseguente possibilità di aumentare la produttività del modo di produzione capitalista, causata dal suo utilizzo. In parte l’accumulazione di capitale dipende dalla corretta applicazione delle conoscenze scientifiche e tecnologiche nell’ambito del miglioramento dei mezzi di produzione, nonché dalla qualificazione della forza lavoro. Il desiderio e la ricerca sempre crescente di nuovi bisogni sono alleati con l’obiettivo di sfruttare il territorio in tutte le direzioni e controllare razionalmente la natura. Per Marx il pluslavoro, e il suo investimento nella produzione, consente la scoperta di nuove materie prime e fonti di energia che possono ridurre i costi di produzione, così come la creazione di nuovi rami di produzione, una nuova divisione sociale del lavoro, nonché, come la creazione di nuovi posti di lavoro, per fornire una “nuova domanda” per la produzione. Ciò significa che il capitalismo può essere inteso come un sistema di bisogni in continua espansione, cioè un processo che diventa sempre più sociale e che evolve non secondo una logica naturale ma monetaria. In questo contesto si può affermare che la sussunzione reale del lavoro umano e della natura sono elementi importanti all’interno del processo di accumulazione del capitale, considerato che il maggior grado di efficienza nella combinazione di queste due forze determinerà l’espansione del sistema economico. Secondo Burkett:

In sum, Marx’s analysis suggests that capitalism has a twofold effect on the natural limits of human production. On the one hand, through its ruthless discovery and appropriation of use values producible by labor and nature and its expansion of the variety and spatial scope of material production, capitalism relaxes the constraints placed on production by particular natural conditions. On the other hand, with its exploitative scientific development of productive forces, its in-built tendency to “reproduce itself upon a constantly increasing scale,” and the attendant extension of production’s natural limits to the global, biospheric level, capitalism is the first society capable of a truly planetary environmental catastrophe, one that could ultimately threaten even capital’s own material requirements.10

Burkett inizia il suo posizionamento teorico affermando che esiste un fondamentale malinteso sul ruolo della natura secondo l’interpretazione generalmente data della teoria del valore di Marx. Autori come Deleuze e Campbell postulano che Marx non attribuisse alcun valore alla natura, considerata un “bene d’uso limitato”, o, come afferma Carpenter, non considerasse la scarsità di risorse naturali un fattore importante nella sua teoria. Secondo Burkett la tesi del “dono gratuito della natura al capitale”, così come altre tesi anti-ecologiche, si basano su idee sbagliate in gran parte tratte dal Capitale. Per superare tali malintesi è necessario ricostruire il percorso intrapreso da Marx sulla libera appropriazione del capitale sociale delle condizioni naturali e sociali. Per Marx il capitale si appropria liberamente delle condizioni di produzione, ogniqualvolta tali condizioni contribuiscono all’aumento del plusvalore, pur mantenendo inalterato il tempo di lavoro socialmente necessario. Pertanto, tali condizioni contribuiscono a creare o aumentare il valore d’uso senza modificare il valore di scambio. Questo processo deve essere compreso da tre premesse: la produzione capitalistica, pur non essendo solo un processo naturale, si appropria delle condizioni sociali che derivano dalla divisione sociale del lavoro e dei mezzi di cooperazione; il capitale si appropria anche liberamente della conoscenza scientifica, quale elemento fondamentale del controllo sulla natura e sul lavoro umano, conferendo, in larga misura, efficienza alla produzione. Infine abbiamo gli agenti naturali, in quanto tali, che non hanno “valore”, ma che, sommati alla produzione, possono agire come agenti con grado di efficienza “più o meno” a seconda dei metodi e dello sviluppo scientifico per il loro sfruttamento.

Un dettaglio importante ricordato da Burkett è che sebbene gli agenti naturali siano “liberi” per l’appropriazione del capitale, la loro utilità è limitata nella misura in cui la loro applicazione non dà luogo ad alcun costo. In ogni caso, mentre tali agenti sono di natura “liberi”, tuttavia, il loro sfruttamento da parte del lavoro umano e delle risorse scientifiche impiegate ha un costo. Ciò implica riconoscere che tali condizioni non sono libere o infinite. Il godimento della natura, la sua valorizzazione e la sua cura dipenderanno dalla forma di organizzazione sociale che ne guida l’uso. Anche le condizioni naturali che non richiedono lavoro umano, ma sono prese direttamente dalla natura come merci, non implicano che non abbiano un valore sociale. In ogni caso, la libera appropriazione non implica necessariamente il sostegno da parte del capitalismo di una tendenza alla prodigalità del suo utilizzo. Marx ci ricorda che se la disponibilità di terra fosse gratuita per il godimento di qualsiasi soggetto mancherebbe alla produzione capitalistica un elemento primordiale. Oltre al lavoro la separazione sociale tra lavoratori e terra porta alla produttività stessa del modo di produzione capitalista.

Nel modo di produzione capitalista l’operaio produce in modo tale che il surplus del suo lavoro venga appropriato dal “capitalista” attraverso il pagamento del salario. Senza questa relazione fondamentale il capitalismo non può esistere, quindi la separazione sociale dei produttori da condizioni naturali limitate, la conversione di queste condizioni in proprietà privata capitalista e la conversione dei valori d’uso naturali in condizioni di produzione capitalistica liberamente stanziate sono aspetti dello stesso processo. La variabilità dei prezzi va di pari passo con la limitata disponibilità di risorse naturali disponibili per l’appropriazione gratuita. Una quantità così limitata di condizioni naturali “utili” sono prerequisiti per la monopolizzazione della terra e, di conseguenza, della produzione. È solo attraverso la libera appropriazione delle condizioni naturali (finite e limitate) che è possibile aumentare gli elementi dell’accumulazione oltre i limiti apparentemente fissati dalla loro stessa grandezza poiché servono ad assorbire pluslavoro e quindi a creare capitale addizionale.

L’interpretazione più comune di libera appropriazione, in generale, è legata alla base naturale del plusvalore, secondo la quale, dopo essere state incorporate nel processo produttivo, le condizioni naturali, quando liberamente disponibili per l’uso, tendono a ridurre il valore della forza lavoro, aumentando il plusvalore prodotto. Tuttavia, coloro che sono guidati da una tale concezione tendono a perdere il trattamento più ampio riservato da Marx alla natura nella sua teoria del valore. Secondo Burkett:

On the other hand, precisely insofar as they neglect the crucial role of use value in Marx’s analysis of free appropriation, critics bypass the equally crucial distinction between the use value of natural conditions for capital versus the broader conceptions of nature’s use value that become possible once use value, and nature’s contribution to it, are not reduced to mere conditions of value accumulation. In effect, these critics accuse Marx of “devaluing nature” by reducing it to a condition of capital accumulation, when, in reality, Marx’s analysis enables us to more effectively grasp this specifically capitalist devaluation as a basis for envisioning and struggling for a nonexploitative socialization of natural wealth through nonexploitative production relations.11

Toccando il tema della libera appropriazione, Marx sottolinea l’importanza dell’alienazione incorporata nella socializzazione della produzione capitalistica, dove si naturalizza il dominio del capitale sulle condizioni di produzione. Secondo lui, dopo essere state convertite in “poteri del capitale”, le condizioni naturali, così come le condizioni di lavoro e il loro carattere sociale, vengono viste come “elementi estranei” nel rapporto di produzione, iniziando ad esercitare un “potere sociale” sui lavoratori dalla loro alienazione. Infatti, l’intera unità del sistema produttivo, dall’unione del lavoro, delle forze della natura e del controllo razionale di entrambi, appare ai soggetti coinvolti come “qualcosa di estraneo”, con un’esistenza indipendente e persino in grado di controllarli.
E in effetti, tutte queste applicazioni della scienza alle forze naturali e ai prodotti del lavoro su larga scala appaiono solo come un mezzo per sfruttare il lavoro. Per Burkett l’alienazione acquisisce un rilievo importante nella teoria marxiana da questo momento in poi:

For Marx, in short, free appropriation is a major factor in the process by which capital develops the natural and social conditions of production, but only by “tearing them away from the individual independent labourer” and “develop[ing] them as powers dominating the individual labourer and extraneous to him” (1963, 392).Through this “alienation of the conditions of social production from the real producers . . . capital comes more and more to the fore as a social power, whose agent is the capitalist

(1967a, III, 264).12

La sostanza del valore di una merce è il lavoro socialmente necessario, che è un’astrazione di carattere uniforme e universalizzante, che può essere aggiunto come valore, e quindi c’è una contraddizione all’interno della merce, tra lavoro astratto e concreto. Ogni merce ha un valore particolare e molto generale, tuttavia lo scambio di merci presenta la contraddizione tra il carattere generale e omogeneo del valore come tempo di lavoro socialmente necessario contro l’oggettivazione del valore che un particolare uso valorizza. C’è dunque una merce reale e una merce astratta, una merce generale e una merce particolare. In quanto realtà astratta, rappresenta il valore di scambio, che esprime il valore di quella merce rispetto alle altre. Come realtà concreta, rappresenta un legame tra le proprietà naturali della merce e la soddisfazione dei desideri di coloro che partecipano allo scambio. Il denaro come equivalente generale del valore è importante in un’economia monetaria, poiché è in grado di sottoscrivere la contraddizione tra generalità sociale (lavoro astratto) e omogeneità mercantile, di fronte alla particolarità materiale e alla variabilità del lavoro concreto combinato con le condizioni naturali. Per Marx il denaro non è solo la reificazione diretta del tempo di lavoro universale, cioè il prodotto dell’alienazione universale e del superamento del lavoro individuale. In quanto valori, tutte le merci sono qualitativamente identiche e solo quantitativamente diverse, quindi tutte si misurano reciprocamente e si scambiano (se si scambiano, sono mutuamente convertibili) in determinate relazioni quantitative. Il valore è la sua relazione sociale, la sua quantità economica. Come valore, la merce è contemporaneamente equivalente a tutte le altre merci in una certa proporzione. In quanto valore, la merce è equivalente, in quanto equivalente, e tutte le sue qualità naturali in essa si spengono; non mantiene più alcun particolare rapporto qualitativo con altre merci; al contrario, è sia la misura universale che il rappresentante universale, come mezzo universale di scambio per tutte le altre merci. Come valore, è denaro. La sua proprietà come valore non solo può, ma deve contemporaneamente acquisire un’esistenza diversa dalla sua esistenza naturale perché, come valori, le merci sono diverse l’una dall’altra. La diversità naturale delle merci deve entrare in contraddizione con la loro equivalenza economica, ed entrambe possono coesistere solo perché la merce acquista una doppia esistenza, accanto alla sua esistenza naturale acquista un’esistenza puramente economica, in cui la merce è un semplice segno. Come valore, la merce è universale, come merce effettiva è una particolarità. Il valore di scambio della merce, come esistenza particolare accanto alla merce stessa, è il denaro, la forma in cui tutte le merci sono uguali, confrontate, misurate; la forma in cui si risolvono tutte le merci, ciò che si risolve in tutte le merci, l’equivalente universale. In ogni momento, nel calcolo, nella contabilità trasformiamo le merci in segni di valore, le fissiamo come semplici valori di scambio, astraendo dalla loro materia e da tutte le loro proprietà naturali.

Per Burkett quando la divisione capitalistica del lavoro e della natura si combina con la cattura del denaro dalle diversità naturali, le interazioni sociali (relazioni sociali) tendono verso una semplificazione e omogeneizzazione delle condizioni naturali. Il modo di produzione capitalista dissolve la complessità e la varietà dell’ecosistema, nella stessa proporzione in cui promuove profitti su di esso. L’interconnessione della natura con l’uomo si perde in questo processo, invece il suo potere sociale e materiale si accumula mentre la produttività combinata del lavoro e della natura viene scientificamente sussunta sotto il capitale. Un altro punto importante è che il denaro, in quanto rappresentante sociale della ricchezza, ha la capacità di alienare il rapporto uomo-natura, allo stesso modo dell’uomo, individualmente. Basato sul denaro, l’individuo è considerato come una “qualità sociale”, cioè in base ai suoi legami sociali, e non in base alla sua condizione naturale.

Note
1Marx and Nature, pag.18
2Ibid, pag.18
3Ibid, pag.19
4Ibid, pag.22
5Ibid, pag.29
6Ibid, pag.58
7Ibid, pag.61
8Ibid, pag.62
9Ibid, pag.65
10Ibid, pag.68
11Ibid, pag.76
12Ibid, pag.77

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